IL CONCILIO NICENO II E LE ICONE: LA LEZIONE DI MONS. PIERO MARINI (4)

Il 20 gennaio 2005, in occasione della pubblicazione in tre volumi degli Atti del Concilio di Nicea II da parte della Libreria Editrice Vaticana, l’arcivescovo monsignor Piero Marini, allora Maestro delle cerimonie liturgiche pontificie accanto a Papa Giovanni Paolo II, propose una approfondita e articolata riflessione sul tema “Iconografia e liturgia”. La riproponiamo, in più parti, per gli amici de “I sentieri dell’icona”.

IV. L’icona nella teologia e nella liturgia

Uniti nella medesima tradizione, Oriente e Occidente sono insorti insieme contro chi distruggeva il culto delle immagini, perché nel rifiuto delle icone vedevano il rifiuto del mistero stesso dell’Incarnazione. E difendendo l’immagine del Dio fatto uomo, il Concilio di Nicea ha voluto difendere anche l’immagine divina presente nell’uomo. Accanto all’icona di Cristo, vi sono le icone dei santi, di coloro che, secondo la spiritualità orientale, hanno ritrovato in se stessi l’immagine di Dio e, in sinergia con lo Spirito Santo, sono pervenuti alla somiglianza con Cristo. I santi sono i “somigliantissimi”, icone viventi, trasparenza della presenza del Regno su questa terra. “È sintomatico – scrive Pavel Evdokimov – che l’iconoclasmo, al momento della sua massima violenza, colpisce al tempo stesso le icone, la vita monastica, il culto dei santi e la divina maternità della Teotokos” (La teologia della bellezza, tr. di G. Vetralla, Roma 1971, p. 196). “Non è contro le icone che tu lotti, ma contro i santi”, scrive Giovanni Damasceno all’Imperatore Leone III (Discorsi sulle immagini II, 10). E il Niceno II dichiara: “Sia attraverso la contemplazione della Scrittura, sia attraverso la rappresentazione delle icone … noi ci ricordiamo di tutti i prototipi e siamo introdotti presso di loro”. Contemplare un’icona non è un fatto estetico, ma un evento spirituale. L’icona rappresenta un appello alla conversione, un invito ad acconsentire a quell’opera di trasfigurazione di cui parla Paolo nella seconda lettera ai Corinti 3, 18: “Tutti noi, che a viso scoperto riflettiamo come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati a sua stessa immagine, di gloria in gloria, per azione dello Spirito”.

La controversia iconoclasta si concluse con una dottrina ecclesiastica ufficiale delle immagini. L’icona trovò posto nelle abitazioni dei fedeli; ancor oggi, l’immagine sacra, dinanzi alla quale arde un piccolo cero, veglia dall’alto su quelli che abitano la casa. L’uso liturgico delle immagini venne regolamentato; nessuna icona di santo poteva essere messa allo stesso rango dell’icona di Cristo e della Vergine; solo il santo cui era dedicata la chiesa aveva un posto particolare. L’antico cancello che separava il Santo dall’assemblea, dopo il Concilio niceno II si riempie di icone e si trasforma progressivamente nell’attuale iconostasi. Si introdusse l’uso, tuttora in vigore, di collocare l’icona della festa del giorno su di un pulpito ed esporla così alla venerazione dei fedeli. A partire dal VII secolo, è testimoniato il bacio alle icone; dopo la crisi iconoclasta si cominciò a baciare le icone anche durante la liturgia. Ma anche la stessa “scrittura” delle icone – graphein in greco indica sia l’atto di scrivere che quello di dipingere – fu normata da canoni conciliari. La Chiesa veglia sull’autenticità dell’iconografia, che non è una semplice creazione di un’opera d’arte, ma un’opera spirituale, compiuta nella preghiera e nell’ascesi. L’uso “altro” della prospettiva, delle dimensioni e delle proporzioni dei corpi, degli edifici e degli oggetti, il simbolismo dei colori, il fondo dorato e il sapiente gioco di luci e di ombre fanno dell’icona una finestra che si apre sul mondo divino. Anche l’icona dei santi non è mai un ritratto; essa vuole offrire alla contemplazione dei fedeli “l’uomo nascosto nel profondo del cuore” di cui parla l’apostolo Pietro (1Pt 3, 4), l’immagine di Dio celata nel profondo dell’essere che il santo ha fatto riemergere nella sua vita.

Ma l’icona non è patrimonio esclusivo della Chiesa d’Oriente. A Roma esisteva da un tempo imprecisato un’antica icona della Vergine che, secondo la leggenda, era stata dipinta da Luca e un’icona “non dipinta da mani d’uomo” di Cristo. Nel corso dell’VIII secolo, l’Italia diede riparo a icone orientali che venivano sottratte alla furia iconoclasta. Il Patriarca Germano racconta che un’icona di Maria fuggì alla volta di Roma, viaggiando sulle acque; più tardi fu chiamata “Maria la romana”. L’icona di Cristo era collocata nella cappella privata del papa nella residenza del Laterano; in occasione della festa dell’Assunzione della Vergine, il 15 agosto, veniva portata solennemente in processione a Santa Maria Maggiore, dove si trovava l’icona dipinta da Luca. Papa Adriano I (772-795) fece dono alla basilica di San Pietro di due gruppi di tre grandi icone. Proprio a Roma si è sviluppata allora una notevole decorazione musiva a mosaico che ancora oggi si può ammirare in varie Basiliche: Santa Cecilia, San Marco a Piazza Venezia e Santa Prassede. Come in Oriente, così anche in Occidente l’uso delle icone nella liturgia viene regolamentato. Nei secoli successivi l’Occidente, pur ispirandosi alle icone orientali, elaborerà un proprio modello iconografico.
Arcivescovo mons. Piero Marini
(IV-continua)