“LA VOCE DELL’ICONA”, POESIA E ARTE NELL’ORIENTE CRISTIANO

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Dal giornale della Santa Sede “L’Osservatore Romano”, pubblichiamo stralci dal prologo al libro di Manuel Nin, «La voce dell’icona. Immagine teologica e poesia nell’Oriente cristiano» (Città del Vaticano, Libreria editrice vaticana, 2014, pagine 259, euro 18).

di Antonis Fyrigos

«In principio era il Logos. (…) E il Logos si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi: e noi abbiamo visto la sua gloria» (Gv 1, 1,14). Il mistero teandrico dell’Incarnazione ha trasmutato la gnosis concettuale di Dio (theognosia) in una gnosis visiva di Dio (theoptia). Divenuto veramente uomo, il Dio non circoscrivibile e non raffigurabile si è reso circoscrivibile e raffigurabile: i connotati propri di un individuo ben determinato sono connotati propri di Dio.
Il rapporto uditivo, che nell’Antico Testamento l’uomo aveva instaurato con Dio, nel Nuovo Testamento s’innesta nel rapporto visivo con Dio: ora noi «vediamo l’inaudito e udiamo l’invisibile» (2 Pt1, 16-19). La carne (s a rx ) visibile e tangibile di Gesù di Nazareth, essendo la “carne” del Dio invisibile e ineffabile, diviene elogio della natura creaturale e della materialità. Il volto di Gesù di Nazareth riprodotto sulla tavola di legno smette di essere eikon nel senso deteriore del termine (“parvenza”); diviene a-letheia nel senso etimologico più stretto del termine, cioè “non-nascondimento”, “rivelazione” del volto di Dio: diventa Verità. La visione di Dio “faccia a faccia”, cui l’uomo è votato, è già divenuta una concreta realtà. Ciascuno di noi ha oggi la potenzialità di dichiararsi “testimone oculare della grandezza di Dio”. Il soave e vigoroso amalgamarsi icona/logos (salva restante la superiorità dell’icona sul logos) è una costante nelle celebrazioni liturgiche delle Chiese cristiane d’O riente. Al fondamento teologico dell’icona, determinato come dogma nel ConcilioVIIEcumenico (Nicea 787), si affiancano i versi dell’innografia: i quali, non nuoce ricordarlo, una volta riconosciuti ortodossi dalla Chiesa e una volta introdottisi nelle sacre ufficiature, assumono ipso facto valenze indiscutibilmente teologiche. È partendo da questo presupposto che ci si deve accostare alla lettura del presente libro, che vuol essere una guida per meglio partecipare alle funzioni liturgiche. L’inizio dell’anno liturgico (1° settembre), che coincide con l’inizio del nuovo ciclo della Natura, rievoca lo status primigenio dell’uomo. Creato da Dio per essere padrone e signore dell’Universo e plasmato con la mescolanza “intelligibile/sensibile”, l’uomo è situato come methorios(“linea di demarcazione”, “di confine”) tra il mondo fisico materiale e le realtà angeliche: Simeone Stilita, che con la sua ascesi si elevò “al disopra del mondo” e, pur non abbandonando l’uomo, divenne “uomo celeste, angelo terrestre”, è opportunamente proposto dalla Chiesa come paradigma del nostro status primigenio. Per divenire erede del Regno di Dio, fine ultimo della creazione, l’uomo deve tenere fisso lo guardo, come verso una stella polare, all’infinitudine del mistero di Dio. Gli Inni sulla perla di S. Efrem il Siro, di cui la Chiesa propone la lettura nel giorno della sua festività (28 gennaio), sono a questo riguardo significativi. In essi il monaco di Nisibi paragona l’inafferrabile mistero del Dio Unotrino alla forma sferica della perla, incoglibile nel suo insieme allo sguardo umano; accosta la perfetta generazione del Figlio dal Padre alla peculiarità di formazione della perla che, diversamente dalle gemme preziose, non è lavorata né intagliata; rivede nella nascita di Cristo, luce del mondo, la leggenda che vuole la perla formarsi dall’infiltrazione nella conchiglia di un raggio di sole; scorge nell’emergersi della perla dall’immensità degli oceani l’abbandono da parte di Cristo dell’immensità del seno del Padre per venire ad abitare in mezzo a noi; accosta l’acquisizione della fede, “perla pregiata”, allo spogliarsi di ogni cosa e al “tuffarsi” nell’o ceano di Dio. Unico cibo che, nel viaggio verso la deificazione, l’uomo deve tenere nella bisaccia è il “frutto bello” del digiuno. E unica compagna di viaggio, che garantisce l’esito positivo dello stesso, è la certezza della misericordia di Dio. Il kondákiondi Romano il Melodo (cfr. 20 luglio, festività di sant’Elia profeta) evidenzia il contrasto esistente tra “giustizia” (che, nell’ottica umana, deve prevalere sulla misericordia) e “m i s e r i c o rd i a ” (che, dal punto di vista divino, non può non dominare sulla giustizia). Alla ribellione di Elia, che pretende un’adeguata punizione nei confronti di chi offende Dio, l’O nnipotente esprime con parole struggenti la sua impossibilità di sostenere il pianto e l’angoscia di tutti gli uomini da lui creati: “Ho compassione dei peccatori (…) non sopporto che qualcuno si perda”. Nel dramma svolto tra il giusto Elia e il Dio misericordioso, l’Onnipotente non riesce a nascondere la sua estrema Debolezza per il genere umano. Si possono ora comprendere le ragioni per le quali nelle Chiese cristiane d’Oriente la festività della Trasfigurazione del Signore sul Monte Tabor (6 agosto) investe un’imp ortanza particolare. Nel momento in cui il Cristo vi mostrava come in lui la natura umana veniva riacquistando la bellezza archetipa dell’immagine, il Padre svelava il fondamento del preeterno progetto salvifico dicendo: «Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo, egli donerà al mondo grande misericordia». Gli avvenimenti che precedono la (festività della) Nascita di Cristo sono indicativi dell’annientamento delle leggi della natura decaduta e il ripristino in loro vece (ovviamente con l’assenso di Dio) del dominio dell’uomo su di esse: Elisabetta la sterile partorisce Giovanni il Precursore (cfr. 24 giugno, festività della Nascita di San Giovanni Battista); Anna la sterile partorisce la Theotokos (cfr. 8 settembre, Natività della Madre di Dio). La modalità di procreazione, cui attualmente soggiace il genere umano (e che Gregorio di Nissa inquadra nel contesto delle “tuniche di pelle”), e i limiti che la stessa impone, incominciano ad arretrare rispetto alla modalità del “flusso di vita” assegnata da Dio all’uomo primigenio nell’atto di creazione. Culmine di questo processo è il parto verginale della Theotokos, che nulla toglie all’umanità perfetta assunta dal suo Figlio. Le meditazioni sul ciclo liturgico contenute in questo libro, più che sulle letture Vetero e Neotestamentarie si basano sulle icone e sulla poesia: queste, essendo effetti della potenza demiurgica dell’uomo elargita da Dio, si presentano come a n t i d o ro n dell’Icona e del Logos che Dio ha donato all’uomo. Le raffigurazioni artistiche riprodotte nel libro, lungi dall’avere una funzione decorativa, detengono, parimenti agli Inni, un valore meramente teologico. Lo spazio dedicato alla Te r m i n o -logia liturgica è un utile sussidio per chi non ha dimestichezza con i termini liturgici dell’Oriente cristiano; e le notizie sugli I n n o g ra f i intro ducono, a mo’ di “sinassario”, alla conoscenza dei teologi poeti, autori degli Inni qui esaminati. La trattazione espositiva, sobria e disadorna, si dispiega rilevando con discrezione gli aspetti peculiari delle icone e dei versi, senza mai ambire a prevalere su di essi. La dinamicità del discorso così formato stimola il lettore a “ripercorrere” le sacre Ufficiature seguendo i sentieri spirituali personali, a prescindere dalla posizione cronologica che le stesse occupano all’interno dell’anno liturgico.