IL MONACHESIMO ORTODOSSO, “VOCAZIONE ALLA PREGHIERA” (2)

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“Se la preghiera si trova al centro della fede ortodossa, il monachesimo costituisce il nucleo della vita spirituale della Chiesa”. Con queste parole, nel 2010, il sito www.dimensionesperanza.it pubblicava un contributo a firma di padre Vladimir Zelinskij dedicato ad approfondire le radici e la ricchezza della tradizione monastica delle terre della Rus’. Padre Zelinskij è uno degli studiosi più accreditati dell’argomento e la sua riflessione – la cui prima parte è pubblicata nella sezione “Documenti” di questo spazio web – rappresenta una “pietra” fondamentale per conoscere più da vicino tale fenomeno che ha generato uno dei tratti più noti dell’ortodossia, ovvero la cosiddetta “paternità spirituale”. “La parola stessa “ortodossia” – proseguiva il sito – significa glorificazione (di Dio) “buona e giusta”. Perciò il monachesimo è visto prima di tutto come un modo diretto, più chiaro e ovvio di dedicare la propria vita a Dio, di trovare un porto sicuro per la propria anima e di riempirla con la celebrazione ininterrotta, con la supplica e la lode”.

di padre Vladimir Zelinskij
Dal punto di vista evangelico tutto il popolo di Dio è chiamato alla santità e alla perfezione. Perciò, come abbiamo detto, non c’è un distacco fondamentale fra la vita monastica e quella laica: la prima è vista come la più completa e radicale. Ma anche nella vita meno radicale esistono le stesse regole di digiuno e di preghiera, che tutti devono rispettare. C’è una differenza, però, che non sempre è quantitativa. Per esempio, i monaci, soprattutto nei paesi slavi, non mangiano la carne e la partecipazione alle celebrazioni, a volte, occupa tutto il loro tempo. All’interno del mondo monastico la scala della perfezione ha una struttura molto precisa. (Il libro “La scala” di San Giovanni Climaco, monaco del VI secolo nel monastero del Sinai, insieme alla “Filocalia”, un’antologia di testi patristici ed ascetici, sono le letture preferite nei monasteri). Come dappertutto, qualsiasi candidato, prima di diventare monaco, deve passare qualche anno nel noviziato. Ma ancor prima del noviziato un aspirante al monachesimo passa un certo tempo nel monastero per provare la sua scelta e decisione. Il periodo di noviziato non ha un tempo prestabilito: si tratta di qualche anno, ma può essere ridotto anche a qualche giorno, a seconda della decisione del superiore del monastero o del vescovo locale. Il passaggio del novizio allo stato monacale è un atto solenne che si chiama tonsura e che fa riferimento sia alla simbolica dell’Antico testamento (l’offerta dell’uomo a Dio), sia al taglio dei capelli, come segno della schiavitù, (proprio del mondo greco-romano). D’allora in poi il nuovo monaco non deve tagliare i capelli né la barba, seguendo nella tradizione il Nazareno. Insieme con la tonsura il monaco riceve anche la cosiddetta “vestizione”: un largo e lungo vestito monacale ed uno speciale copricapo. Al momento della celebrazione il superiore da al monaco anche un nuovo nome, secondo le parole dell’Apocalisse: “Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto il nome nuovo che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve” (Ap. 2.17).

“Vincitore” è colui che conduce la “lotta interiore” contro il peccato ed i pensieri peccaminosi e che riceve “la manna nascosta” della preghiera ed un nome che è segno di metanoia, di cambiamento radicale dell’identità, di rinuncia a questo mondo decaduto. Sul piano spirituale, il nuovo monaco riceve anche la regola della preghiera individuale (vuol dire quella  eseguita nella solitudine della sua cella, oltre alle celebrazioni) e la regola dell’obbedienza (cioè, il servizio che lui deve svolgere nel monastero).

La tonsura è solo un primo grado del monachesimo e per la maggior parte dei monaci rimane permanente. Esistono, però, altri due gradi dell’ascesi monastica a cui pochi salgono: il grado dello schima minore e quello dello schimasuperiore. Un monaco che viene ammesso a questi gradi pronuncia voti più impegnativi ed inizia una più dura strada. Se le celebrazioni in comunità rimangono le stesse, la preghiera nella cella deve diventare più intensa e più lunga, il cibo più scarso e le limitazioni del sonno più severe. Alcuni monaci non dormono mai sdraiati nel letto, ma solo in posizione seduta. Ad ogni grado il monaco ottiene un nuovo nome (che può coincidere, a volte, con il nome ricevuto nella prima tonsura). Con il grado superiore allo schi-eromonaco viene consegnato un cappuccio. Si tratta di uno speciale copricapo che ricade sulla braccia, dalle spalle al petto, con raffigurate alcune croci e ancora l’analav, una fascia portata nella forma della croce, che significa che il monaco porta la sua croce e segue Cristo.
(II-continua)