L’ICONA, SEGNO TANGIBILE DELL’UMANITÀ RINATA IN CRISTO (3)

Canaan

Nel giugno del 2004, per il sito cultura cattolica.it, la studiosa Amelia Limata, della Scuola iconografica di Seriate, propose un excursus sulle origini e il significato dell’icona partendo da fondamenti noti, almeno agli appassionati, ma senza trascurare spunti di grande interesse soprattutto dal punto di vista divulgativo. Riproponiamo il testo, in più parti, a beneficio degli amici de “I sentieri dell’icona”. Le prime due parti sono già disponibili nella sezione “I documenti” di questo stesso sito.

In chiesa l’icona si trova sulle pareti dell’edificio e nell’”iconostasi”, letteralmente “luogo delle icone”; l’iconostasi è un tramezzo ricoperto di icone che divide la navata dal presbiterio: ricorda la storia della salvezza e simboleggia tutto il mondo celeste e la nuova umanità della quale tutti noi siamo chiamati a far parte. L’icona è parte integrante della liturgia. In casa è collocata in un angolo “bello”, con un lumino davanti, e “parla”, “guarda”, “richiama”, cioè rende presente in qualche modo ciò che raffigura nel suo corpo celeste: chi entra in una casa russa, la prima cosa che fa è rendere venerazione alle icone, prima ancora di salutare il padrone di casa. Davanti ad una icona non si è mai degli spettatori e basta, si è interpellati, chiamati; l’icona, infatti, richiede di partecipare a ciò che essa mostra, che è l’invisibile nel visibile; l’atteggiamento richiesto può essere paragonato a quello che aveva Maria, la Madre di Dio, secondo quanto ci dicono i Vangeli di fronte a tutto ciò che capitava: “Maria serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”.

Tutto ciò permette di capire perché un vero iconografo nel dipingere l’icona si rifà sempre all’icona “acheropita”, cioè al prototipo, al modello, all’immagine rivelata. Studiosi contemporanei, in particolare il professor Padre Heinrich Pfeiffer, riconducono tutte le immagini “Acheropite” alla Sacra Sindone ad al Santo Volto di Manoppello (cittadina che si trova in Abruzzo, in provincia di Pescara): esso è un piccolo telo che Maria, quando il corpo di Cristo fu staccato dalla croce, pose sulle piaghe che la corona di spine aveva prodotto sul Suo volto per asciugarne il sangue. Lo distese poi sopra il capo di Cristo, già avvolto nella sindone: è il soudarion di cui parla il XX cap. del Vangelo di Giovanni in cui l’apostolo descrive il sepolcro vuoto, con le bende da un lato ed il sudario raccolto dall’altro. Il Velo mostra un’immagine in positivo perfettamente sovrapponibile al volto, in negativo, impresso sulla Sindone. Per la Madre di Dio, la tradizione indica come prototipi le tre icone dipinte dall’evangelista San Luca dopo la Pentecoste, proprio dopo la Pentecoste perché senza quella “luce della conoscenza” nessun talento sarebbe stato sufficiente a raffigurare la Madre di Dio. Sempre la tradizione indica tra queste la Vergine della tenerezza di Vladimir, che è la più nota e venerata icona della Madre di Dio della tenerezza in Russia ed è anche molto venerata da noi. Fu dipinta a Costantinopoli alla fine dell’XI secolo o all’inizio del XII. Il grande teologo e filosofo russo del XX secolo P. Evdokimov, morto a Parigi nel 1970, ricorda il seguente episodio: quando sottoposero a Bernadette a Lourdes varie immagini della Vergine, per sapere quali fossero i tratti del volto e della figura di quella misteriosa e bellissima Signora che le appariva, e tra queste c’era anche una riproduzione dell’icona della Madre di Dio di Vladimir, la ragazza non ebbe esitazione: indicò proprio questa effigie come la più somigliante alla bella Signora.
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