LE CIFRE DELL’OLOCAUSTO SOVIETICO E IL SANGUE DELL’ORTODOSSIA

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Come è noto a tutti i frequentatori di questo sito, la redazione non ha mai preso posizione sul rapporto fra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa, limitandosi semmai a registrare alcune pubbliche dichiarazioni dell’una e dell’altra scevre da implicazioni di “politica del dialogo” ecumenica. Una scelta dettata dalla consapevolezza che l’icona è oltre le debolezze degli uomini e riporta all’essenza dell’unità originaria. Trasgrediamo, per una volta, questa regola per proporre l’articolo a firma del giornalista Pietrangelo Buttafuoco è pubblicato il 9 gennaio 2014 dal quotidiano “Il Foglio” sotto il titolo “Non c’è gara tra la legna etica cattolica e il pellegrinaggio di verità ortodosso”. Al di là delle posizioni su questo specifico e delicatissimo argomento, che rimangono nella libertà di valutazione di ciascuno, il testo rimane interessante per la testimonianza dedicata ai Nuovi martiri del XX secolo e di un purtroppo diffuso sentire al di là di tante dichiarazioni di principio.

Si sono presi mille anni di tempo prima di diventare cristiani. Hanno inventato apposta un alfabeto – il cirillico – per vestire la liturgia di una fede che non è mai stata un fatto privato, uno dei tanti imbuti dello stress occidentale, ma qualcosa che tornasse utile per tutta la giornata, soprattutto durante gli ottanta anni di materialismo di Stato quando furono fatti martiri (la media di un processo ogni tre minuti, esecuzione compresa) per riemergere ancora una volta battezzati, comunicati e santi.
Avevo appena letto un libro per me ghiottissimo di Angelica Carpifave, “Conversazioni con Alessio II, patriarca di Mosca e di tutte le Russie”, e mi era rimasta impressa una cifra: il numero di cristiani massacrati in Unione sovietica. Era il 2003, ancora si poteva sperare di realizzare un reportage ma non trovai nessuno – non in Rai, non a La7, né altrove – disposto a farsi carico di quel pallottoliere, anzi, un autorevole uomo dell’informazione televisiva mi disse: “E’ una storia, questa dei cristiani ammazzati in Russia, che non interessa a nessuno. Un po’ come i numeri degli aborti in Asia, come le Foibe… non fotte niente a nessuno”. Resto fermo come un fesso per un po’, lui mi sorride, e conclude: “… fidati, manco al Vaticano!”.

Mi bussava in petto quella cifra e avevo perfino chiesto lumi all’ambasciata russa sapendo appunto che loro – battezzati, comunicati e santi – sull’argomento non avevano reticenze, anzi, davano lumi.
Non facevano che racconti, i russi, al punto di involarsi in una sorta di catarsi mistica, grazie ad Alexander Solgenitsin che – da anni – trasmetteva ogni sera dalla tivù di Mosca. Una sorta di almanacco del millennio tutto da fare, quei filmati: con i carnefici – affratellati nel trionfo dello spirito russo – consolati dalle vittime qualora fosse stato necessario darsi l’unico schiaffo pentecostale e restituirsi così al vivificante perdono della carne del Cristo in croce.

Con tutto che s’erano presi mille anni di tempo prima di diventare cristiani, i russi – malgrado l’aver attraversato l’ateismo di Stato – non facevano che riscoprirsi battezzati, comunicati e santi. E fu così che timidamente chiesi di sapere, di capire quella cifra e mi venne concesso di varcare la soglia della Cattedrale di Santa Caterina d’Alessandria, dentro il parco di villa Abamelek a Roma, residenza dell’ambasciata russa dove potei rivolgere la domanda a padre Filippo, il parroco. La domanda, appunto, gliela feci: “E’ mai possibile, padre, che sia questa la cifra”. E gli dissi la cifra, per come sta scritta sul libro della Carpifave. Giovane, sguardo tutto di vampe, tonaca propria di un religioso votato alla sincerità di un jhad più che nell’amministrazione di un gregge, padre Filippo così mi rispose: “E’ così, anche se la cifra è in difetto”. Stupido, come stupido è l’automatismo del giornalese, io pronunciai allora il nome dei nomi: “Sta-li-n?”. Accese ancora di più il suo sguardo, padre Filippo, e così insorse: “Tutti così, voi occidentali, Lenin buono-Stalin cattivo, Lenin buono-Stalin cattivo…”. Si alzò in piedi e tuonò: “No! Lenin è satanico. E’ con Stalin che, invece, la Patria sorge due volte!”. Si consumò il tuono e bruciò una pausa, dopo di che proseguì con scherno: “… come voi italiani, sempre contro Mussolini, contro Mussolini… ”.

Stupido, come stupido risultai agli occhi di quel santo parroco, dalla botola del luogo comune in cui mi trovai (il maggior numero di uccisioni lo contabilizzò Kruscev, l’amico di Giovanni XXIII), mi lasciai poi travolgere dalla lezione di teologia e dalla visita della cattedrale, di troppa recente costruzione per non meravigliare gli ospiti con l’esposizione sull’altare – tra le icone – delle Loro Beate Altezze Imperiali, la famiglia Romanov ma il fatto è che i russi si sono presi mille anni di tempo per fare della religione un pellegrinaggio di verità più che una lagna etica.

Non c’è gara, infatti, col cattolicesimo incapace di masticare sangue e carne, come nell’Eucarestia degli ortodossi dove il vino è vino e il pane è il pane, un impasto di tepore raccolto col cucchiaio che è il portarsi avanti nella giornata della vita. E’ il corpo a corpo col peccato che la chiesa di Roma mette sempre tra parentesi e mai, come fanno i russi, appiccicato ai peli della barba, sulle coperte adagiate sulle slitte, sui colbacchi delle donne, altrimenti come potrebbero disonorare il padre come fanno nei Karamazov, come – commettere adulterio – come in Anna Karenina, come – desiderare la donna d’altri – come in Zivago, come – non onorare le feste – come in Oblomov, quel ricco perdigiorno che non sapeva distinguere venerdì da domenica non avendo mai lavorato? Non saprebbero come uccidere – per come il pallottoliere ha numerato, in quella cifra spaventosa – come in “Arcipelago Gulag”. E non c’è gara col cattolicesimo perché nella perfezione del Segno di Croce degli Ortodossi, dove le dita sono unite nel triplice sigillo dell’Unicità di Dio e non nell’Unità, la preghiera non dice “liberaci dal male” bensì “liberaci dal Maligno”, quello che non sta mai tra parentesi.

Nella foto: la distruzione della cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, voluta da Stalin