L’ICONA DI MARIA “SEDES SAPIENTIAE” PROTETTRICE DEGLI UNIVERSITARI

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Nei Vespri della I domenica di Avvento, celebrati da Papa Francesco nella basilica di San Pietro a Roma nella serata di sabato 30 novembre 2013, sull’altare, accanto al Santo Padre che nell’occasione ha incontrato i giovani degli atenei romani, è stata collocata l’icona di Maria “Sedes Sapientiae” realizzata da padre Marko Ivan Rupnik nell’atelier dell’arte spirituale del Centro Aletti, nella Capitale Il volto della Madre di Dio riprende in alcuni tratti il volto di Maria della Pentecoste nella Cappella “Redemptoris Mater” in Vaticano, realizzata dallo stesso atelier. L’icona venne donata agli studenti universitari da Papa Beato Giovanni Paolo II il 10 settembre 2000 in occasione del Giubileo del mondo universitario come “segno della materna presenza di Maria accanto ai giovani, chiamati, come l’apostolo Giovanni, ad accoglierla nella loro vita”.
Dell’icona riportiamo la dettagliata descrizione, artistica e teologica, contenuta nel sito ufficiale del Vicariato di Roma nelle pagine dedicate alla pastorale universitaria.

DESCRIZIONE ARTISTICA
L’opera Madre di Dio Sedes Sapientiae fa parte di quel filone artistico che attinge alla tradizione, soprattutto del primo millennio, ma usa come linguaggio artistico i contributi delle avanguardie storiche del XX secolo. Più volte nella storia dell’arte si sono verificati fenomeni simili, che due tradizione dell’arte cristiana si incontrassero arricchendosi reciprocamente. Basta nominare i mosaici di Cefalù, la pittura italiana del 200 e 300, la straordinaria esperienza di El Greco, le ricerche dell’inizio del secolo ventesimo di pittori coma Matisse e Kandinskij.
Il primo millennio e l’arte bizantina sono giunti a una interpretazione figurativa, coloristica dei misteri cristiani in modo che tale arte faceva parte integrante della liturgia intesa come massima articolazione della fede nella vita della Chiesa. Nel secondo millennio, e soprattutto nel XX secolo, l’occidente, all’interno di un’indagine sull’uomo come soggetto, sviluppa un’arte intesa sempre più esplicitamente come espressione dell’uomo, dell’artista stesso. Si è giunti a una esplosione della creatività, dell’invenzione delle forme, dei linguaggi che però erano sempre più radicalmente soggettivi. Un tale linguaggio artistico avverte disagio nel far parte della liturgia, e pure un linguaggio reso immobile attraverso i secoli può provocare nei credenti oggi un certo disagio. Infatti si notano da molto tempo i tentativi di rincontrarsi e di fecondarsi reciprocamente. E in questo senso è da sottolineare lo sforzo di tutto il Magistero di Giovanni Paolo II teso a cercare questo incontro tra Oriente e Occidente, con lo sguardo sempre pronto a cogliere aneliti e domande del mondo e dell’uomo contemporaneo.

Un’arte che fa parte del culto e della liturgia, come ambito della devozione della Chiesa, da un lato deve contenere quella oggettività dei misteri della fede affinché la Chiesa, affinché tante e diverse persone possano attingere a questi misteri e in essi riconoscersi. Dall’altro lato questa stessa arte ha una dimensione caratterizzata dal tempo, dalla storia e dagli artisti stessi. Perché la fede cristiana opera con le categorie dell’incarnazione e della trasfigurazione, e i contenuti eterni, anche nella loro dimensione oggettiva si comunicano ai fedeli tramite i fedeli stessi, tramite le persone concrete, i volti concreti. È proprio questa dimensione della tradizione delle generazioni che tramandano-e dunque la tradizione della Chiesa- che rende l’arte cristiana sempre viva perché sempre concreta, circoscritta con qualcosa di personale e allo stesso tempo di transindividuale, di universale.
In questa opera vediamo che il mosaico viene elaborato in un modo attuale, tenendo conto delle scoperte degli artisti del secolo ventesimo sulla materia e sul colore. Il mosaico qui non viene usato come una simulazione della pittura, l’occhio dello spettatore non si trova in difficoltà a distinguere se si tratti della pennellata dell’olio sulla tela o della pietra e dello smalto. Gli smalti e i marmi vengono usati in maniera che appaia la loro natura vera, cioè il materiale duro, rigido. Il movimento, sia all’’interno delle figure che intorno viene in qualche modo deciso dall’orientamento delle tessere, dalla loro grandezza, dal loro spessore. In questa maniera la composizione della Vergine e del Figlio riesce a essere particolarmente densa e viva ma comunque non violenta. Per questo i volti della Vergine e del Figlio attirano l’attenzione dello spettatore con una espressione attenta, curata, ma che proprio a causa dell’uso della pietra, del marmo, all’inizio rimane un po’ velata. Più l’occhio è addomesticato da pietre e smalti, scivolando su e giù per il mosaico, più si dischiude un contenuto non facile da afferrare e catalogare. Importante è sottolineare anche che il colore è usato in maniera da far trasparire una luce all’interno. Come gli antichi facevano trasparire nelle icone la luce che irradia dal di dentro cosi un mosaico di questo stile riesce a far trasparire la luce interiore. Lo sfondo che vediamo particolarmente luminoso e movimentato indica come tutte le pietre scivolano, corrono e scorrono verso la persona umana, verso la Madre di Dio e sul suo mantello tutti gli smalti convergono verso la figura del Cristo, eterno Logos.

Così come le antiche scuole dell’icona dipingevano i volti umani con il protoplasma, cioè con la terra, qui ritroviamo lo stesso principio. Tutto il creato tende verso la persona umana e la persona umana è orientata a Cristo, tende a Cristo. Dalla creazione del mondo fino all’apparizione dell’uomo, dall’apparizione dell’uomo fino a Cristo. Già nel linguaggio stesso si può evidenziare una certa sintesi di alcuni dogmi della nostra fede.

IL SIGNIFICATO TEOLOGICO SPIRITUALE
Una lontana ispirazione di questa immagine è da ricercarsi in Filone d’Alessandria e nel suo influsso sul pensiero dei Padri. Il grande filosofo ebreo si rese conto cha da una parte la ricerca della sapienza è l’ideale comune di tutti i popoli e d’altra parte che la vera saggezza è dono speciale di Dio, dato ai figli di Abramo. La conciliazione fra queste due fonti sarebbe possibile? Filone crede di aver trovato la soluzione nel fatto stesso che la Sapienza viene dal cielo e in seguito anche dalla tradizione del popolo di Dio.
Anche i Padri della Chiesa notarono la doppia sorgente della sapienza ma sotto l’influsso di San Paolo, videro in primo luogo la loro opposizione radicale. D’altra parte anch’essi si misero a cercare la riconciliazione e la trovarono perfezionando l’argomento filoniano: Cristo Sapienza viene da Dio, ma per mezzo di Maria viene dal genere umano. È quindi lui che riesce a riconciliare gli opposti. Per illustrarlo in modo catechetico, Eusebio si ricorda del mito di Orfeo il quale con il suo meraviglioso canto pacifica gli animali selvaggi. Cosi anche Cristo con il suo canto di amore pacifica l’umanità e la divinità.

Questa riflessione ebbe una risonanza iconografica. L’appoggio del trono, sul quale siede Cristo Sapienza, riceve la forma di una lira. L’estensione mariologica del motivo è spontanea. Dato che viene da Dio e dagli uomini, il trono morto delle prime immagini del Pantocrator è sostituito dal trono vivo, le ginocchia della Theotokos. Rimane però il precedente motivo della sede in forma di lira. Nell’immagine presente essa è sostituita con un arpa a numerose corde tutte destinate ad un canto armonioso. Non deve forse tale essere lo scopo dell’universalità delle scienze, umane e divine insieme, “della fede e della ragione”? V. Solov’ev lo esprime nei suoi famosi versi sulla visione della Sapienza: “Non credo a questo mondo illusorio. Sotto la sua spessa crosta materiale ho toccato il porfido imperituro e riconosciuto l’irraggiamento divino. Ho abbracciato tutto e tutto faceva solo uno…I miei sensi hanno captato l’irraggiamento di Dio”.

Ritroviamo riproposti alcuni filoni simbolici dell’arte cristiana del primo millennio. La Madre di Dio è vestita del blu che significa l’umanità, ma viene ricoperta dal mantello rosso che è il colore della divinità, in quanto è l’essere umano reso divino. Cristo è vestito di rosso in quanto persona divina e normalmente veniva rivestito del mantello blu, il colore dell’umanità, cioè Dio fatto uomo. Ma nell’immagine Sedes Sapientiae Cristo più comunemente viene rivestito di giallo dorato che simboleggia la santità, la perfezione di Dio Padre perché Lui come Sapienza incarna totalmente tutta questa perfezione. Nella mano sinistra tiene il rotolo di Dio, il Logos, il Verbo eterno di Dio. Importante è questa unità tra il rotolo, cioè il Verbo, e il Volto. Il Verbo è una Persona, è il Figlio di Dio, ha un volto. Non esiste nessuna sapienza enigmatica, fluida, oscura. C’è la Sapienza di Dio che è Persona vivente, anzi si rende vicino all’uomo attraverso il volto “fatto da mani d’uomo”. Per questo Sua Madre Vergine è la sede viva e personale sulla quale poteva assidersi il Verbo di Dio. Con la mano destra ci benedice con ogni benedizione spirituale. Le dita sono composte nel classico segno della professione dei dogmi principali, unità agapica delle tre persone divine che a noi si dischiudono attraverso il Figlio, di due nature, vero Dio e vero uomo. Le tre stelle d’oro che adornano Maria indicano l’integrità della Madre Vergine prima durante e dopo il parto.

Il volto della madre deve avere un atteggiamento contemplativo, raccolto, inabissato nel mistero, capace di instaurare un rapporto tra essa e il credente che prega. Per quanto riguarda il Figlio si sono avute spesso due tendenze: o renderlo anziano più della Madre perché è la Saggezza e la Sapienza- e la Sapienza è stata sempre unita all’anzianità; oppure, come si è scelto in questa immagine, il Figlio è bambino ma il Volto viene già formato, già delineato con le linee della giovinezza apollinea in quanto è quella Sapienza che non è sottomessa al tempo, ma è eterna: un’eterna giovinezza proprio per sottolineare che si tratta di una sapienza viva, per la vita.