L’IGUMENO MESCERINOV: “IL RISVEGLIO DEL MONACHESIMO RUSSO”

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Nell’ottobre del 2009 il giornalista Antonio Gaspari firmava, per il sito Internet www.zenit.org, una interessante intervista all’igumeno Pëtr Meščerinov, del monastero San Daniil di Mosca e vicedirettore del Centro per la formazione spirituale dell’infanzia e dell’adolescenza del Patriarcato di Mosca. Il monaco si trovava, allora, in Italia per partecipare a un convegno della Fondazione Russia Cristiana di Seriate (Bergamo) e Milano e, nel colloquio di cui pubblichiamo di seguito ampi stralci, fece affermazioni importanti. In particolare, sostenne che il monachesimo russo, collegato a doppio filo alla grande tradizione dell’icona, stava vivendo “una fase di risveglio” dopo “il duro periodo della lunga persecuzione sovietica”. Sono passati quattro anni ma quel l’intervista, per la sua lucida profondità d’analisi, mantiene intatti tutti i suoi motivi d’interesse.

Quanto conta la contemplazione e quanto l’azione nel monachesimo orientale?
“Posso parlare del monachesimo russo. Già dai tempi antichi, per tradizione, abbiamo due diverse vie monastiche legate a due santi russi: San Nilo di Sora e San Giuseppe di Volokolamsk. Erano contemporanei e hanno discusso piuttosto fortemente tra di loro.
Erano diatribe molto profonde, dispute piuttosto complesse e potrei riassumere così in breve le correnti che i due santi propugnavano: Nilo di Sora difendeva la dimensione contemplativa, mentre San Giuseppe di Volokolamsk difendeva la dimensione attiva. Non si può dire che questi due aspetti siano in contraddizione l’uno con l’altro, perché nella dimensione contemplativa troviamo anche l’incidenza nella vita culturale russa, nella letteratura, nella riscoperta dei Padri della Chiesa; d’altra parte se prendiamo la corrente più attiva, più impegnata nel sociale di San Giuseppe di Volokolamsk, possiamo notare che con la sua azione non intendeva sostituirsi allo Stato, ma manteneva saldo l’attaccamento alle proprie radici contemplative. Per concludere possiamo dire che non esiste una reale contraddizione tra le due dimensioni. Già San Macario il Grande diceva che ogni monaco ha la sua specifica vocazione, la sua attività specifica e quindi quelli che contemplano non giudichino coloro che servono e viceversa coloro che servono non giudichino quelli che si danno alla vita contemplativa, perché sono intimamente connessi l’uno con l’altro e costruiscono insieme la vera comunità monastica cristiana”.

Quanti e quali sono i martiri del monachesimo russo?
“Per quanto riguarda il monachesimo russo possiamo parlare soprattutto dei nuovi martiri del XX secolo. Molti sono stati canonizzati e molti altri ancora non sono stati canonizzati, ma la chiusura in massa dei monasteri in epoca sovietica testimonia che i monaci hanno dato la vita per difendere l’ideale monastico”.

Di fronte a una rapida e selvaggia corsa della modernità, come stanno reagendo le comunità monastiche russe?
“Le comunità monastiche reagiscono in due modi diversi. Per rispondere a questa domanda bisogna tener conto che la tradizione monastica russa è stata interrotta violentemente durante il periodo sovietico, perciò il monachesimo russo oggi è proprio alla ricerca di una risposta a questa domanda. Per ora la risposta non è stata trovata, e quindi ci sono due varianti: o una radicale separazione e autoesclusione dal mondo, che non è il sano “uscire dal mondo” che si intendeva un tempo quando si pensava al monachesimo, ma è come una forma maniacale per proteggersi dall’aggressione del mondo. La seconda variante è legata alla secolarizzazione, esteriormente si dichiara di essere monaci, poi di fatto ci si inserisce nel corso della vita secolare di tutti. Tuttavia questo momento di prova non trova una risposta nella vita della Chiesa. Secondo la mia personale opinione penso che la comunità monastica debba sicuramente proteggersi da certi fenomeni del mondo moderno, ma questa protezione deve avvenire in modo sobrio, adeguato, sano ed ecclesiale e non in modo asociale”.

Qual è la realtà di queste comunità oggi?
“La principale tragedia della nostra vita ecclesiale di oggi sta nella mancanza assoluta di comunità. Ci sono delle comunità che nascono in contrapposizione alla posizione della Chiesa in senso generale, ma di comunità in quanto tali come norma di vita comunitaria non ce ne sono. Questo è legato sicuramente all’eredità sovietica, perché in quel periodo ogni aggregazione era guardata con sospetto ed era suscettibile di repressioni, e di fatto nella coscienza stessa di molte generazioni di persone si è creato un istinto antisolidale (…). Perciò i russi di oggi non hanno predisposizione alla vita comunitaria, e questo si riflette anche sulla vita monastica. Noi non abbiamo comunità monastiche vere e proprie, abbiamo dei monasteri formalmente organizzati, ci sono alcuni singoli monaci, alcuni singoli individui con una vocazione retta e sincera, però non riescono ad inserirsi bene nella comunità. Questo è sicuramente un compito per il futuro, o forse la nostra vita ecclesiale e sociale è arrivata al punto di non ritorno in cui è praticamente impossibile ritornare alla solidarietà autentica. Ma questo lo mostrerà il futuro”.

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