“L’ICONA, SIMBOLO DI UNITÀ E FINESTRA SUL MISTERO DI DIO”

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Fondato nel 1976, da padre Nilo Cadonna e don Sergio Mercanzin, per aiutare i profughi dall’Urss e far conoscere la situazione dei cristiani di quei Paesi, oggi il Centro Russia Ecumenica di Borgo Pio, a Roma, a pochi passi dalla Città del Vaticano, è un luogo autorevole di informazione sul cristianesimo orientale e un punto di riferimento per i credenti dell’Est e dell’Ovest. Organizza cicli di conferenze sulla spiritualità delle diverse tradizioni della cristianità orientale. Il Centro, però, è soprattutto impegnato nella divulgazione dell’icona come linguaggio simbolico universalmente accessibile per la liturgia, la catechesi, l’omiletica, la spiritualità, la devozione, l’approfondimento della fede. Don Sergio Mercanzin, amico del nostro progetto culturale, ha donato alla redazione alcune preziose pagine dedicate all’icona che volentieri condividiamo con i molti visitatori di questo spazio web.

“L’icona, tesoro supremo dell’arte umana, è una delle più grandi scoperte del XX secolo, tanto dal punto di vista artistico, quanto dal punto di vista spirituale” ha scritto Leonid Uspenskij, teologo ortodosso russo contemporaneo. E questa scoperta non riguarda solo l’Oriente ma anche l’Occidente. Negli ultimi decenni tra i cattolici d’Occidente è cresciuto in modo notevole l’interesse per la cultura e la spiritualità dell’Oriente cristiano e ancora di più per l’arte religiosa orientale e per l’icona in particolare. Una moda, forse, tra le tante che la nostra epoca di volta in volta ci offre?
“Se l’infatuazione attuale per le icone – scrive padre Egon Sendler, noto studioso e iconografo – comporta elementi sospetti, dipendendo dalla moda e dallo snobismo, essa deriva però innanzitutto dalla fede cristiana di sempre”. Molti secoli fa, il grande padre della Chiesa san Giovanni Damasceno (+749) dava questo consiglio ai cristiani: “Se un pagano ti chiede: ‘Mostrami la tua fede’, tu lo porterai in una Chiesa e lo metterai di fronte alle sacre icone”.

Icona, memoria dell’unità
In realtà, proprio la riscoperta dell’icona ha suscitato in molti cristiani occidentali il desiderio di conoscere la tradizione delle Chiese d’Oriente e al tempo stesso di riscoprire le comuni radici, attraverso l’approfondimento di un’arte ricca di riflessione teologica e spirituale e che, dal IV secolo fino alla fine del medioevo, era comune alla Chiesa indivisa. Infatti l’approfondimento e l’interesse per l’arte delle icone conduce immancabilmente a riconoscere l’esistenza di una tradizione unica, di una vera ecumene dell’arte cristiana. Facciamo un esempio: per comprendere il significato di un’icona russa dell’Ascensione, non basta risalire a Bisanzio, ma bisogna rimontare ancora più indietro alla Palestina dei V-VI secolo, dove questa immagine si è formata; e se poi si vorrà cercare lo stesso soggetto tra gli armeni o tra i copti o nei Paesi dell’Occidente latino, lo si ritroverà con le stesse caratteristiche sostanziali fino al termine del medioevo. L’icona, memoria dell’unità, può forse rappresentare uno degli stimoli più forti per ricomporre l’unità del primo millennio, perdutasi poi a causa di tante traversie storiche, errori e incomprensioni.

Icona, testimone dell’Incarnazione
La parola icona deriva dalla parola greca eikòn, che significa immagine. Nella storia dell’arte, come anche nell’accezione comune, per icona s’intende un dipinto di genere sacro, eseguito su tavola di legno, spesso portatile, fatto con una tecnica particolare e secondo una tradizione tramandata nei secoli. Soggetti dell’icona possono essere Gesù Cristo, la Madre di Dio, angeli, santi e festività del ciclo liturgico. Solo l’incarnazione di Nostro Signore l’ha resa possibile ed essa è molto più di una semplice raffigurazione. Infatti nell’Antico Testamento Dio aveva proibito che si tentasse di fare la sua immagine (Dt 4,12 e 15).
San Giovanni Damasceno riprendeva le obiezioni di quanti si opponevano al culto delle immagini: “Come fare un’immagine dell’Invisibile? Chi potrebbe rappresentare i suoi tratti, se non vi è nessuno simile a Lui? Come rappresentare Colui che non ha né quantità, né grandezza, né limiti? Quale forma attribuire a Colui che è senza forma? Ma se tu vedi che l’incorporeo si è fatto uomo per te, allora puoi esprimere la sua immagine umana. Poiché l’invisibile, incarnandosi, si è mostrato visibile, è ovvio che puoi dipingere l’immagine di Colui che è stato visto”. Con l’incarnazione, cioè con l’assunzione della natura umana, materiale e corporea, da parte dei Figlio di Dio, nasce anche l’icona.
Gesù Cristo infatti non è soltanto il Verbo di Dio, ma anche la sua immagine, come dice san Paolo: “Cristo è l’immagine (eikòn) del Dio invisibile”, (Col 1,15). La prima e fondamentale icona è perciò il volto stesso di Cristo. E il Cristo può venire rappresentato, perché non si tratta più del Dio trascendente e inaccessibile alla vista, ma di una Persona concreta: la sua icona non rappresenta né la sola natura divina, né la sola natura umana, ma la sua Persona, la Persona del Dio-uomo che unisce in sé “senza mescolanza né divisione” le due nature. Così, nel caso dei Verbo incarnato, la proibizione dell’Antico Testamento di raffigurare Dio non ha più senso.

Icona, finestra sul Mistero
Ha scritto il teologo ortodosso russo Nikolaj Zernov: “…in casa, in viaggio, nei momenti di pericolo o di felicità, l’ortodosso ha bisogno delle icone, ha bisogno di guardare attraverso esse, come attraverso una finestra, il mondo che è al di là dei tempo e dello spazio, e di riceverne l’assicurazione che questo pellegrinaggio terreno è solo l’inizio di un’altra vita migliore e più completa”. L’icona trova posto nell’intera vita, sia privata che collettiva, del credente orientale. E trova posto anche nella letteratura.
Un breve e delizioso racconto dei grande scrittore russo Nikolaj Leskov (1831-1895), L’angelo sigillato, parla di una comunità itinerante di contadini e artigiani. La comunità cammina preceduta da un’antica icona russa raffigurante l’Angelo custode e percorre gli sterminati spazi della Russia. Tranquillità spirituale, fortuna, salute e lavoro l’accompagnano finché, in seguito a varie vicende, l’icona dell’Angelo insieme ad altre, non viene sequestrata dalle autorità. Tutti precipitano in una disperazione indicibile. Ecco come l’anziano della comunità parla a un viaggiatore di passaggio: “Due di queste icone occupavano un posto a parte. Una era la Santissima Regina del Cielo, l’altra era l’Angelo custode: è impossibile dire a parole la loro bellezza. Alla vista della Purissima Madre di Dio si prosternavano perfino gli alberi. il nostro cuore fremeva e si struggeva. E l’Angelo, che gioia! Era qualcosa di ineffabile! Il suo volto, lo vedo ancora, risplendeva di una luce divina e soccorrevole … Contemplavi quelle ali e i tuoi timori svanivano. Pregavi: ‘proteggimi’ e subito la pace ti scendeva nell’anima”.
Don Sergio Mercanzin, direttore del Centro Russia Ecumenica di Roma

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