L’ICONA DELLA “SALUS POPULI ROMANI”: UNA STORIA DA SCOPRIRE

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La devozione di Papa Francesco all’icona della Madre di Dio “Salus populi romani”, custodita nella basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, ha indotto numerosi amici de “I sentieri dell’icona” a chiedere maggiori delucidazioni e ragguagli in merito alla venerata immagine che il Pontefice ha voluto anche in piazza San Pietro in occasione della Veglia di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero di sabato 7 settembre. Per offrire notizie accessibili, proponiamo il testo dell’articolo che il giornalista Fabrizio Bisconti pubblicò, il 15 marzo 2013, su “L’Osservatore Romano”, il giornale della Santa Sede, all’indomani della visita del Papa alla stessa basilica subito dopo la sua elezione. Il testo, breve e scritto con linguaggio agile, aiuta, fra l’altro, ad accostare un pezzo fondamentale della storia dell’iconografia in Italia.

È suggestivo ed eloquente che il primo momento di preghiera, che ha dato avvio al pontificato di Francesco, sia stato dedicato a Maria, nella basilica romana dedicata alla Vergine nel cuore dell’Esquilino, il primo edificio di culto voluto da un Pontefice, ovvero da Sisto III (432-440), a spese della comunità urbana e non più per volontà degli imperatori o degli aristocratici romani. Manifestazione urgente e spontanea dopo il concilio di Efeso del 431, la maestosa basilica vuole acclamare la Sancta Dei genetrix e sancire il concetto della Theotòkos, ovvero della Madre di Dio.
Oggi la splendida basilica di Santa Maria Maggiore mostra ancora i mosaici del v secolo, con le storie dell’Antico Testamento lungo le navate e l’infantia Salvatoris nell’arco trionfale, con l’intento di rappresentare la concordia dei due Testamenti, ma anche per far emergere il ruolo determinante di Maria, che diventa protagonista dei primi anni della vita del Cristo, attingendo anche alla letteratura apocrifa e, segnatamente, al vangelo dello Pseudo Matteo e al Protovangelo di Giacomo.
La preghiera di Papa Francesco è stata rivolta specialmente al vero “gioiello” conservato nel santuario mariano, ovvero alla preziosa icona della Salus populi Romani, conservata nella Cappella Paolina e profondamente amata nella città, assurta a imago sancta, in quanto una pia tradizione la voleva dipinta dall’evangelista Luca. Fu proprio questa icona — secondo quanto narra Cesare Baronio — a essere solennemente condotta nel santuario esquilino dal Pontefice Gregorio Magno, nel 590, al termine di una delle più gravi pestilenze diffuse nell’Urbe.
La tavola mariana mostra i segni ben riconoscibili di molti restauri, l’ultimo dei quali si situa negli anni Trenta del secolo scorso. Al di là di tutti questi interventi, emoziona ancora la figura della Theotòkos, che si staglia su uno sfavillante fondo dorato. Maria, rappresentata sino all’altezza delle ginocchia, tiene amorevolmente tra le braccia il Bambino, secondo lo schema iconografico dell’Odigitria. Se alcune peculiarità stilistiche ed alcuni puntuali confronti ci accompagnano verso il XII secolo, alcuni indizi appena percettibili lasciano ipotizzare una cronologia ben più antica, specialmente se confrontiamo la nostra immagine ad altre preziose tavole romane: da quella del Pantheon a quella di Santa Maria Nova, da quella celebre di Santa Maria in Trastevere a quella dell’oratorio del Rosario a Monte Mario. Questo giro di confronti ci conduce verso l’immagine dell’Odigitria dipinta nel complesso di Santa Maria Antiqua, riferita genericamente al VII secolo.
Fabrizio Bisconti, “L’Osservatore Romano”, 15 marzo 2013

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