SAN SERGIO DI RADONEZ, IL “PADRE SPIRITUALE” DELLA RUSSIA

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È frequentemente citato come “il padre spirituale” della Russia, Santo fra i più venerati dell’Oriente cristiano il cui carisma, tra il XIV e il XV secolo, rigenerò, in ampia misura, il patrimonio spirituale dell’Ortodossia. Ma chi era davvero San Sergio di Radonež, di cui la Chiesa ortodossa celebra la memoria il 5 (18) di settembre, e ancora il 25 settembre (8 ottobre) nel giorno della sua morte? Rispondiamo a questa domanda attingendo alle agili note biografiche proposte nel documentato sito www.orthodoxworl.ru, preziosa “bussola” per tutti coloro che vogliono conoscere meglio, con l’autorevolezza di testi di matrice russa, la feconda tradizione della fede ortodossa e dell’icona.

Al giovane Bartolomeo, secondo di tre figli di Cirillo, un boiardo di Rostov, non andava bene lo studio. I maestri lo rimproveravano, gli amici lo stuzzicavano. Un giorno, cercando per campi i puledri che si erano sparsi, Bartolomeo incontrò uno sconosciuto starec, ovvero un prete e padre spirituale. Questi, avendo conosciuto il fanciullo rattristato per gli insuccessi nello studio, lo consolò e gli diede da mangiare un pezzetino della prosfora – pane benedetto, usato durante la comunione. Poi lo accompagnò Bartolomeo a casa, dove rimase per il pranzo, e prima di mangiare ordinò al giovinetto di leggere a voce alta i Salmi. Bartolomeo, spaventato, dapprima si rifiutò; poi, però, vide come le lettere, davanti ai suoi occhi, componevano parole sensate e iniziò a pronunciarle correttamente. Andandosene, lo starec ammonì i genitori: “Vostro figlio sarà grande davanti a Dio!”. Questo, nelle cronache, fu uno dei primi miracoli nella vita di San Sergio di Radonež, Fu allora che egli cominciò a sognare la vita monastica, a cui poté dedicarsi solo dopo la morte dei genitori. Il 23enne Bartolomeo, infatti, fu accolto dai monaci con il rito della tonsura solo nel 1342 e prese il nome di Sergio. Nel 1354 venne ordinato sacerdote. La fama delle sue azioni prodigiose si diffuse rapidamente: si diceva, fra l’altro, che vivesse nei boschi con le fiere e accostasse gli orsi.

Il monastero del venerato Sergio, dedicato alla Santissima Trinità, per molto tempo rimase così povero che addirittura i vasi sacri erano di legno mentre i monaci non avevano né pergamene né carta, per cui le preghiere e i testi liturgici si scrivevano sulla corteccia di betulla. La biografia del santo dice che una volta i monaci, ridotti all’estremo dalla fame, erano pronti a lasciare il monastero. Sergio li esortò con parole di fede finché non arrivò un carro colmo di viveri donato da un benefattore. Nelle relazioni con i monaci, il futuro santo era mite e esigente. Quando, però, la vita nel monastero venne riorganizzata secondo principi comunitari, egli si trovò a fronteggiare dissensi che avrebbero potuto spaccare per sempre la comunità se non fosse stato per la condotta disinteressata di san Sergio. Il monastero della Santa Trinità (Troice-Lavra) divenne per il monachesimo della Russia settentrionale quello che le Grotte di san Teodosio erano state per la provincia di Kiev nel sud. Nel 1375 rifiutò la sede metropolitana di Mosca, ma usò la sua influenza per mantenere la pace fra i principi rivali. Quando (secondo la tradizione) Dimitrij Donskoj, principe di Mosca nel 1380, lo consultò per chiedere se doveva continuare la sua rivolta armata contro i signori tartari, Sergio lo incoraggiò ad andare avanti: ciò portò alla grande vittoria di Kulikovo. San Sergio è il più amato di tutti i santi russi, non soltanto per l’influenza che ebbe in un periodo critico della storia russa, ma anche per il tipo d’uomo che era. Per il carattere, se non per l’origine, era un tipico “santo contadino”: semplice, umile, serio e gentile, un “buon vicino”. Insegnò ai suoi monaci che servire gli altri faceva parte della loro vocazione, e le persone che indicò loro come modelli erano gli uomini dell’antichità che avevano fuggito il mondo ma aiutavano il loro prossimo.

Più che per altre cose, San Sergio, che si spense nel 1392, era rattristato dal peccato della divisione tra gli uomini e pregava la Santissima Trinità di poter vincere tale peccato. Il venerato monaco non ha lasciato nessuno scritto. Della sua vita e delle sue opere abbiamo notizie soprattutto grazie agli scritti del frate Epifanio, e grazie ad altri annali. Però la memoria di lui nella Chiesa russa è molto viva: fino ad oggi rimane il più amato santo russo. Le sue reliquie si preservano nella Laura della Trinità di San Sergio, vicino a Mosca, nella città di Serghiev Posad. Attraverso il suo discepolo Nil Sorskij si diffuse l’esicasmo, la preghiera del cuore resa celebre dai «Racconti di un pellegrino russo»: «Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me». Il monastero della Trinità è ancora oggi meta di pellegrinaggi.

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