SOLZENICYN: PER LA DIGNITÀ DELL’UOMO CONTRO LE IDEOLOGIE

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Il 3 agosto del 2008 si spegneva, all’età di 89 anni, Aleksandr Solzenicyn, scrittore e intellettuale russo fra i maggiori del Novecento a cui va ascritto il merito di avere fatto conoscere al mondo, ma anche ai russi in epoca sovietica, la tremenda realtà dei Gulag, il sistema di campi di lavoro forzato nei quali, soprattutto ma non solo in epoca sovietica, trovarono la morte migliaia di persone e altrettante vi trascorsero decine di anni praticamente senza alcuna colpa. Nel 1970 l’opera fondamentale di Solzenicyn, “Arcipelago Gulag”, gli valse il Premio Nobel per la letteratura ma, allo stesso tempo, l’ostracismo del regime costrinse lo scrittore a lasciare l’Urss nel 1974. Solzenicyn tornò in Russia solo nel 1994, dopo la fine dell’Unione Sovietica. In occasione della scomparsa, Adriano Dell’Asta, docente di Letteratura russa all’Università Cattolica e direttore dell’Istituto di italiano di cultura a Mosca, scrisse per “L’Osservatore Romano”, il quotidiano della Santa Sede, un illuminante articolo, pubblicato sull’edizione del 4-5 agosto 2008, personalità di Solzenicyn, il valore della sua coraggiosa testimonianza ma anche sul retroterra della sua formazione culturale e spirituale. Lo riproponiamo qui come strumento di comprensione, anche dei molteplici, pur se talvolta impliciti, risvolti collegati all’icona, di una delle figure-cardine del secolo scorso.

Si racconta che un giorno abbiano chiesto a Hans Urs von Balthasar quale libro del XX secolo avrebbe salvato in un ipotetico naufragio su un’isola deserta; e la risposta sarebbe stata:  Arcipelago Gulag. Può sembrare strana questa scelta; uno dei più grandi teologi cattolici, dotato fra l’altro di un’eccezionale sensibilità artistica, che indica quello che di solito è ritenuto il libro maggiormente politico di un autore che ha rappresentato come il prototipo dell’opposizione al comunismo. E invece la scelta ha una correttezza teologica, artistica e umana impressionante. Nel secolo della riduzione di tutto a politica, quando per questa riduzione e per le ideologie che l’avevano generata (il nazismo e il comunismo) l’umanità ha conosciuto abissi di negazione mai visti prima, quando intere società sono state frantumate, quando il volto della natura è stato deturpato definitivamente, quando “gli uomini hanno dimenticato Dio”: ecco, proprio là dove tutte queste tragedie si sono consumate, l’opera di Solzenicyn si pone come una sorta di baluardo che prova il contrario di questa riduzione e una possibilità di uscita da queste tragedie. Non è un’opera essenzialmente politica il suo Arcipelago, là dove si legge:  “Chiuda pure il libro a questo punto il lettore che si aspetta di trovarvi una rivelazione politica. Se fosse così semplice! Se da una parte ci fossero uomini neri che tramano malignamente opere nere e bastasse distinguerli dagli altri e distruggerli! Ma la linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ognuno. Chi distruggerebbe un pezzo del proprio cuore?
Nel corso della vita di un cuore quella linea si sposta, ora sospinta dal gioioso male, ora liberando il posto per il bene che fiorisce. Il medesimo uomo diventa, in età differenti, in differenti situazioni, completamente un’altra persona. Ora è vicino al diavolo, ora è vicino al santo. Ma il suo nome non cambia e noi gli ascriviamo tutto. Ci fermiamo stupefatti davanti alla fossa nella quale eravamo lì lì per spingere i nostri avversari:  è puro caso se i boia non siamo noi ma loro. Dal bene al male è un passo solo, dice un proverbio russo. Dunque anche dal male al bene”. Il valore dell’opera di Solzenicyn sta tutto in questo livello umano, artisticamente recuperato. Nel secolo delle ideologie, la peculiarità di Solzenicyn è stata proprio quella di superare le ideologie non con un’altra ideologia, ma cogliendo esattamente nell’ideologia il male che aveva generato ogni altro male:  “Grazie all’ideologia è toccato al secolo xx sperimentare una malvagità esercitata su milioni”; o ancora:  “la fantasia e le forze spirituali dei malvagi shakespeariani si limitavano a una decina di cadaveri:  perché mancavano di ideologia”.
Le citazioni si potrebbero moltiplicare quasi all’infinito:  la critica dell’ideologia (non di una particolare ideologia o di tutte le ideologie, ma del principio ideologico in quanto tale) è uno dei punti centrali dell’opera di Solzenicyn. Non c’è neppure per un istante l’illusione che possa esistere un’ideologia a favore dell’uomo, che ci possa essere un’ideologia magari buona in partenza e poi rovinata dalla sua applicazione (il miserevole alibi che ogni tanto ancora si rispolvera per cercare di assolvere il comunismo). L’ideologia è malvagia in principio perché è malvagia come principio la pretesa di sostituire la realtà con un’idea, foss’anche questa idea la più bella, la più alta e la più spirituale di questo mondo:  nessuna idea vale un essere umano. Leggere politicamente quest’opera è come non averla letta. Macinato dai regimi ideologici, privato della sua dignità e della sua libertà nei campi di concentramento, proprio nel regno dei campi, l’uomo descritto da Solzenicyn ritrova la sua libertà, la sua importanza, la sua irriducibilità, non politica, non intellettuale, non legata a particolari virtù morali o eroiche, ma integrale:  “In genere, cercate di capire e di riferire a chi di dovere più in alto, che voi siete forti soltanto nella misura in cui non togliete agli uomini tutto. Ma un uomo a cui avete tolto tuttonon è più in vostro potere, è di nuovo libero”, dice uno dei personaggi di Solzenicyn; l’uomo al quale sono state tolte tutte le virtù e tutte le ricchezze umane scopre di non essere costituito da nessuno di questi elementi e neppure dallo loro somma più completa ed eminente. Qui si staglia, su tutte, la figura di Matriona, la vecchia contadina da tutti ritenuta stupida, fin troppo ingenua e con un passato non del tutto immacolato; eppure, quando muore, tutti si accorgono che era “il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio. Né la città. Né tutta la terra nostra”.
Ciò che rende ultimamente inestimabile e irripetibile ogni singolo essere umano non viene né dalla politica, né dall’ideologia, né dalle sue stesse qualità umane, ma da qualcosa che l’uomo si porta dentro e non si dà da solo; Solzenicyn lo chiama frequentemente l’anima:  è il nucleo dell’io e della sua irriducibilità, ma anche il nucleo del popolo:  “Il Popolo non sono tutti coloro che parlano la nostra lingua, ma non sono neppure gli eletti, coloro che portano il marchio infuocato del genio. Non per la nascita, non per il lavoro delle proprie mani e non per le ali della propria cultura gli uomini vengono selezionati per formare il Popolo. Ma per la loro anima”. L’ideologia totalitaria, che ha cercato di distruggere l’uomo, per fare questo doveva togliergli l’io, e in particolare quella caratteristica insostituibile che costituisce l’io e che è la capacità di giudizio:  i criteri comuni in base ai quali dire che una cosa è quella cosa e non quello che viene in mente all’ideologo o al genio di turno; per annullare l’uomo, l’ideologia doveva insomma togliergli la possibilità di comunicare e di vivere con i suoi simili, rompere la comunione umana. Non è un caso, in questo senso, come dice Solzenicyn, che il regime sovietico abbia fatto sì che, per la prima volta nella storia, un popolo diventasse “nemico di se stesso”:  il figlio denunciava i genitori, la moglie il marito, e viceversa. In queste condizioni ogni solidarietà diventava impossibile e su tutto regnava il sospetto; una società che aveva promesso nuovi rapporti fra gli uomini rendeva di fatto impraticabile ogni relazione naturale, che non fosse mediata dalla interposizione del partito e da quello che il partito riteneva utile per il bene della causa:  non importava quale fosse il modo in cui un uomo guardava un altro essere umano, non era da questo che dipendevano i suoi rapporti, ma dall’utilità sociale determinata dalla linea del partito.
Di fronte a questo, Solzenicyn scopre una nuova solidarietà proprio nei campi, dove su tutto dovrebbe regnare appunto il criterio dell’utile e dello sfruttamento ai fini della sopravvivenza; è la figura di Alëska il battista nella Giornata di Ivan Denisovic:  “Qualunque cosa gli si chiedesse Alëska non diceva mai di no. Se tutti fossero stati così, anche Suchov (Ivan Denisovic) lo sarebbe stato. Se uno chiede aiuto, perché non aiutarlo?”. È una nuova socialità, alternativa a quella del regime, e nella quale in realtà rinasce proprio il vecchio mondo che il regime voleva cancellare; non è un caso che in Solzenicyn questo si traduca e si manifesti anche in un particolare metodo artistico:  quando deve enunciare una verità fondamentale, lo scrittore, che sa quanto sia costata la verità ideologica, la verità inventata dai singoli geni o comunque dai singoli uomini, non parla a nome proprio, ma si affida ai proverbi, alla sapienza del popolo, nata dall’esperienza e verificata in secoli di storia. In Solzenicyn, spesso considerato uno spiritualista, lontano dalla concretezza della storia o perso nel mito di un passato che non può più tornare, rinasce invece tutto un mondo:  l’io, il popolo, la storia, persino la natura, quella che il regime ha cercato di distruggere con progetti dissennati che hanno portato a disastri ecologici ormai irreparabili. E qui viene spontanea alla memoria la descrizione delle isole Solovki, il primo grande campo di concentramento sovietico, il tumore madre da cui è nata la metastasi concentrazionaria che ha trasformato la Russia in un immenso arcipelago di campi:  distruzione del volto dell’uomo e distruzione del volto della natura:  isole purissime dove sembrava “non esservi peccato. Senza di noi sorsero dal mare, senza di noi si coprirono di duecento laghi pescosi, senza di noi si popolarono di urogalli, lepri, renne, mentre non vi furono mai volpi, lupi o altri predatori (…) Mezzo secolo dopo la battaglia di Kulikovo e mezzo millennio prima della Ghepeu, i monaci Savvatij e German attraversarono il mare di madreperla su una fragile barchetta e ritennero santa l’isola priva di animali rapaci. Con essi ebbe inizio il monastero di Solovki”.
Chi oggi visita le Solovki non può che ritrovarvi questa immagine di paradiso; non perché il male sia stato dimenticato:  la descrizione che abbiamo appena letto si trova infatti nel cuore dell’Arcipelago Gulag; ma perché anche in questo caso il male è stato vinto, ancora una volta da quello che ha vinto il male dell’uomo; perché la natura, vista con gli occhi dell’artista, si è rivelata “non fatta da mano d’uomo in questo mondo di cose fatte dall’uomo”. È un’espressione, questa, che ricorre molte volte sotto la penna di Solzenicyn e che rimanda a quello che è il vero cuore ultimo di ogni sua riscoperta:  “non fatta da mano d’uomo”, nella tradizione ecclesiale di cui Solzenicyn è figlio, è una particolare icona di Cristo. Fuori da ogni invenzione umana, ciò che fa il valore e la dignità irriducibile dell’uomo, dei popoli, della storia e della natura è il suo rapporto con Dio, con il Dio fatto uomo e resosi visibile agli uomini; come per quel detenuto della Giornata di Ivan Denisovic di cui non sappiamo neppure il nome, ma solo il numero, quasi a volerlo disumanizzare e spersonalizzare ancora più profondamente; eppure “fra tutte le schiene curve egli si distingueva per il suo portamento eretto. Scolpita in pietra dura (…) la sua testa non si chinava nella scodella, come quella di tutti gli altri, ma restava alta”. In mezzo a una violenza e un non senso che sembrano dover cancellare ogni valore e ogni punto stabile dell’umana convivenza, questo vecchio “si ostina a rimanere sempre quello di una volta”; e il motivo è evidente, se “i suoi occhi non correvano qua e là per la mensa” era perché anche lui aveva conservato qualcosa di “indistruttibile” e “altissimo” con cui paragonarsi, un punto dove voltarsi a guardare:  i suoi occhi “fissavano qualcosa di invisibile sopra la testa di Suchov”. Qualcosa di invisibile, come l’anima o il suo creatore, ma la cui esistenza, inestinguibile ed efficace, sorprendente, spinge l’uomo, in qualsiasi circostanza, ad andare al di là di ogni circostanza, così da trovarsi alla fine della vita, “migliore di quando vi è entrato”. Nel tempo di un uomo sempre più umiliato e a responsabilità limitata, Solzenicyn non solo riscopriva la dignità e la libertà infinita dell’uomo, ma anche la sua infinita responsabilità di interlocutore di Dio:  non c’è da meravigliarsi della scelta che viene attribuita a von Balthasar.
Adriano dell’Asta
“L’Osservatore Romano”, 4-5 agosto 2008

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