MIKHAIL NESTEROV, L’ARTISTA CHE NON SI PIEGÒ AL REGIME

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Presso il grande pubblico – soprattutto quello dei collezionisti e degli appassionati – è conosciuto come uno degli artisti vissuti in Russia a cavallo fra Ottocento e Novecento più amati e ricercati. Basti pensare che, presso la casa d’aste Sotheby’s qualche anno fa, una sua opera è stata letteralmente “bruciata” per oltre 4 milioni e 200mila euro. Un record. Eppure quella del pittore Mikhail Nesterov (1862-1942), celebrato nel 2012, a 150 anni dalla nascita, dal Museo russo di San Pietroburgo, è una storia che va al di là dell’obiettivo, e straordinario, valore artistico delle sue opere per raccontare di un uomo che, attraverso la tela, ha interpretato alcuni dei momenti salienti della storia della spiritualità del suo Paese, e lo ha fatto anche quando, nei tempi cupi del regime sovietico, sarebbe stato di gran lunga più facile piegarsi ai canoni del Realismo socialista. Di lui il filosofo e pubblicista Vassilij Rozanov ebbe a scrivere una volta: “Una fra le persone migliori, fra i meravigliosi russi che ho incontrato in tutta la mia vita. La spiritualità che traspare dai suoi dipinti non si esaurisce mai. Ha creato lo “stile Nesterov”, uno stile irripetibile”. Alla sua mano si debbono capolavori assoluti dell’arte sacra russa: fra il 1890 e il 1910, infatti, egli visse a San Pietroburgo e lavorò agli affreschi e ai mosaici della Cattedrale di San Vladimir e della chiesa del Salvatore sul Sangue, una delle meraviglie dell’Ortodossia. Dopo il 1910, inoltre, Nesterov, che invece non “scrisse” mai icone in senso stretto, si spostò a Mosca, per lavorare nel convento di Marta e Maria.
Il suo capolavoro più noto rimane “La visione del giovane Bartolomeo” (nella foto: l’opera, dipinta fra il 1889 e il 1900, si trova alla Galleria Tret’jakov di Mosca), definito dal famoso critico Aleksandr Benua come “uno fra i dipinti più misteriosi, poetici ed incantevoli dipinti dell’ultimo decennio del XIX secolo”. La scelta del soggetto è tratta dall’agiografia di Sergio di Radonež scritta da Epifanio il Saggio: nel testo si narra dell’incontro fra un misterioso vecchio ed il giovane Bartolomeo, Sergio di Radonež appunto, destinato a diventare il fondatore del monastero della Trinità di San Sergio.
Secondo quanto narrato da Epifanio il Saggio, I genitori di Bartolomeo, quando egli compì sette anni, lo mandarono ad imparare a leggere e scrivere, benché fosse una cosa difficile per il bambino. Un giorno Bartolomeo incontrò per la via un monaco asceta al quale chiese di mostrargli la via dell’erudizione e ricevette la sua benedizione. Dopo la preghiera del monaco, Bartolomeo divenne completamente un’altra persona e s’incamminò sulla via della vocazione.
Stando a quanto i critici hanno potuto ricostruire, Nesterov eseguì il primo abbozzo del dipinto mentre si trovava in Italia, nell’isola di Capri. Per molto tempo, tornato in Russia, l’artista si dedicò a disegnare dei bambini figli di contadini senza riuscir a trovare il modello giusto per il dipinto, sino a quando un giorno, camminando per la campagna, notò una bambina di circa dieci anni. Nelle sue “memorie” l’artista scrive che la giovinetta aveva “i capelli corti, grandi occhi blu spalancati dallo stupore, era malaticcia, la sua bocca aveva un’espressione triste, il respiro febbricitante”. Nesterov riuscì a parlare con i genitori i quali acconsentirono affinchè la figlia posasse per lui.
“La visione del giovane Bartolomeo” fece molto scalpore all’epoca e venne presto acquistato per la sua collezione da Pavel Tret’jakov. In seguito Michail Nesterov eseguì due copie di questo dipinto. Il primo nel 1917, per richiesta del cantante Fëdor Šaljapin, come dono. Il secondo nel 1922, per la mostra dei grandi pittori russi tenutasi a New York. Questa variante è intitolata “La visione di San Sergio da giovane” e si differenzia dalla versione originale per un dettaglio significativo: Nesterov aggiunse, in alto a sinistra, la luna. È proprio questo il quadro che, nel 2007, venne aggiudicato a New York per la somma record di 4˙296˙000 dollari.
In generale, comunque, Nesterov nelle sue opere riporta i frutti delle ricerche e delle riflessioni religiose e filosofiche che caratterizzavano la fioritura della cultura russa nel suo “secolo d’argento” e nel periodo prerivoluzionario, fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Le migliori espressioni della sua produzione artistica sono, come detto, gli affreschi che Nesterov dipingeva, specialmente nelle chiese. A far colpo su di lui, però, furono pure le temperie religioso-filosofiche della prima parte del Novecento incarnate da figure come Pavel Florenskij e Sergeij Bulgakov. Uno morì in un gulag mentre il secondo fu costretto ad emigrare: Nesterov firmò un loro celebre, doppio ritratto, dal titolo appunto “I filosofi”, proprio nel 1917. Come credente ortodosso, del resto, Nesterov non si piegò mai ai postulati ateistici della Rivoluzione. I pochi dipinti a soggetto profano rappresentarono, semmai, l’obolo al regime per poter proseguire indisturbato il resto della sua attività. Anche in quelli, però, egli non rinunciò mai a far sentire il peso della sua personalità. Rifiutò, invece, ogni proposta di lasciare la Russia, dove rimase fino alla morte, nel 1942.

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