LA “TRINITA'” DI RUBLEV SPIEGATA DAL TEOLOGO VETELEV (1)

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La Chiesa ortodossa commemora il 4 luglio il santo iconografo Andrej Rublev, canonizzato nel 1998 primo fra tutti gli autori di icone conosciuti (la maggior parte sono ignoti in quanto, come si sa, le opere non vengono solitamente firmate e informazioni riguardo a maestri di particolare importanza sono giunte a noi attraverso i contemporanei) ad essere elevato all’onore degli altari. Rublev è iconografo noto per aver portato quest’arte al suo massimo splendore: le sue opere sono considerate ancor oggi dalla Chiesa come esempi da seguire e paradigmi a cui ispirarsi per realizzare tavole “canoniche”. In occasione della memoria religiosa, invece, pubblichiamo, grazie al Centro Russia Ecumenica di Roma, uno studio dedicato all’icona più famosa di Rublev, la Santa Trinità (nella foto), presentato nel 1972 dalla Rivista del Patriarcato di Mosca e scritto da Aleksandr Vetelev, docente all’Accademia ecclesiastica di Mosca. A quarant’anni di distanza, esso mantiene inalterato tutto il suo valore di approfondimento per comprendere l’importanza della Trinità e dell’intera attività iconografica di Rublev dal punto di vista dell’Ortodossia.

Introduzione
Le icone del venerabile Andrej Rublëv contengono una forza di spiritualità e di grazia tale da costringere incessantemente a contemplarle, a meditarle, a comunicare interiormente e spiritualmente con esse. Quando consideriamo gli eventi o i personaggi biblici raffigurati nell’iconografia di Andrej Rublëv, vi scorgiamo un duplice strato: la presentazione che ne dà la Bibbia e la rappresentazione che ne fornisce l’iconografo. Ci sembra che gli angeli, i profeti, Cristo, gli apostoli, la Vergine, i santi, abbiano lasciato le pagine della Scrittura e si siano incarnati in immagini vive per parlare a noi con l’aspetto, il colore, il vestito e soprattutto con le sublimi idee religiose di cui sono portatori. Tale è l’impressione prima e fondamentale che riceviamo contemplando le opere del monaco pneumatoforo; questa impressione si rafforza quando vogliamo approfondire l’eredità iconografica di Andrej Rublëv ed è uno dei criteri sicuri per apprezzarne il valore.
Fra le opere del celebre monaco hanno particolare significato le icone. Che cos’è l’icona? L’icona (dal greco eikòn) è una rappresentazione, un’immagine, un ritratto, che possiede un significato sacro, “orante”. Secondo la tradizione ecclesiastica, l’icona nacque assieme al cristianesimo, all’incarnazione del Figlio di Dio. Nell’Antico Testamento il profeta Mosè aveva proibito in nome di Dio agli ebrei qualsiasi rappresentazione di Dio, perché non era possibile rappresentare Lui invisibile senza cadere in fantasie, deformazioni, idolatria. Ma venne il tempo in cui l’impossibile divenne possibile: il Figlio di Dio s’incarnò, si fece uomo, e gli uomini poterono per la prima volta vedere Dio “nella carne”. Cristo ha detto agli apostoli: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv. 14, 9). Gli apostoli, gli abitanti della Palestina e di altre contrade hanno visto il Cristo, hanno assistito al suo battesimo, ai suoi miracoli, alla sua trasfigurazione, al suo ingresso trionfale in Gerusalemme, al processo davanti a Pilato, alla crocifissione e agli altri eventi della sua vita terrena.
Anche noi desideriamo profondamente ascoltare e vedere il nostro Salvatore: attraverso il Vangelo udiamo le sue parole e quasi la sua voce, attraverso l’iconografia contempliamo l’aspetto esteriore del Cristo con i miracoli e le sofferenze della sua ‘vita terrena e ne rimaniamo santificati e arricchiti spiritualmente. Nelle icone contempliamo, assieme al ‘Salvatore, la Deipara e i santi. Perciò ci è comprensibile e cara l’esortazione di Giovanni Damasceno: “Disegnate, dipingete tutto: la nascita dalla Vergine, il battesimo nel Giordano, la trasfigurazione sul Tabor… tutto dipingete con la parola e i colori”. Dipingere le icone del Cristo, della Deipara, degli apostoli e dei santi può, nel modo migliore e più degno, soltanto colui che possiede, oltre al talento e all’esperienza pittorica, una sensibilità profonda per il Cristo, la Vergine, gli apostoli, i santi, e ha con loro un legame spirituale di grazia.
La bellezza perenne e affascinante delle icone del monaco Andrej Rublëv si spiega principalmente col fatto che egli possedeva tutti i requisiti ricordati, compresa una comunione di grazia con Dio e il mondo celeste. Nella sua anima prima spuntavano le idee e le immagini bibliche e solo dopo essersi formate nella contemplazione venivano riportate all’esterno e quasi assumevano “carne e sangue” nelle icone attraverso il disegno, i colori, i dettagli. Ciascuna sfumatura nel colore, ciascun particolare nel drappeggio e nel disegno, possedevano un significato speciale, un valore simbolico metaforico. Il monaco pneumatoforo incarnava così nella pittura idee, immagini e contemplazioni religiose.
Ne consegue che solo a due condizioni è possibile comprendere rettamente queste opere, leggerne e svelarne il significato ideale profondo: prima, una conoscenza e comprensione profonda dei soggetti e personaggi biblici rappresentati nelle icone; seconda, una conoscenza e comprensione di tutti i mezzi e le tecniche espressive adoperate dall’iconografo nel loro significato diretto e metaforico-simbolico.
Sono le grandi idee vivificanti che producono le grandi creazioni del genio umano, ciò vale anche per le opere di pittura e particolarmente per l’iconografia. Nelle icone vengono raffigurati, oltre al Salvatore e alla Deipara, personaggi santi, santi appunto perché con la grazia e l’amore di Dio e lo sforzo personale hanno vinto il peccato e la morte (spirituale) e hanno così riconfermato la verità e la forza salvifica della loro fede e religiosità. Qui sta la loro idea grande e positiva e ogni icona ci parla di questa idea, ci racconta dell’economia della nostra salvezza. Se ogni singolo comandamento evangelico contiene tutti gli altri e tutto il Vangelo, così ogni singola icona contiene tutta l’essenza dell’economia salvifica: la salvezza dell’uomo per mezzo dell’amore del Padre, l’opera redentrice del Figlio e i doni di grazia dello Spirito Santo.
Poche sono le opere pittoriche di Andrej giunte fino a noi. Esse vennero in parte dipinte assieme ad altri iconografi (per esempio al suo amico il monaco Danijl „ërnyj), persero la loro forza pittorica ed espressiva originaria a causa dei restauri posteriori, del deteriorarsi degli affreschi murali e delle tavole lignee. Ma più e meglio di tutte le altre s’è conservata l’icona della “Trinità” e non senza motivo. A partire dal secolo XVI i nostri antenati cominciarono a coprire le icone con rivestimenti preziosi (“riza”) per conservarne la pittura. La stessa sorte toccò alla “Trinità” di Rublëv e soltanto nel 1904 il pittore-restauratore V. Gur’janiv la liberò dal rivestimento, senza pero togliere fino in fondo le stratificazioni posteriori (il che fu fatto più tardi). Ma già così l’icona rivelò la sua bellezza mirabile, presentandosi allo spettatore come un’autentica rivelazione dell’antica arte russa che anticipa le linee classiche dell’arte ellenica e italiana del Rinascimento. La “Trinità” costituisce il coronamento dell’opera iconografica di Andrej Rublëv. Per comprendere meglio questo capolavoro, conviene almeno brevemente delineare il cammino artistico che portò il monaco Andrej a creare quest’opera irripetibile.

Angeli e arcangeli nelle icone di Andrej Rublëv
Secondo la Sacra Scrittura, gli angeli sono spiriti ausiliari inviati a servire coloro che devono ereditare la salvezza (Eb. 1, 14). Stando in cielo e circondando il trono di Dio, essi lodano incessantemente Dio (Is. 6, 3); sulla terra compiono la volontà provvidenziale di Lui riguardo alla salvezza dell’uomo. Nell’opera pittorica di Rublëv sono giunte fino a noi diverse rappresentazioni di angeli e arcangeli e tutte portano impresso il compito o idea che il nostro monaco ha voluto infondervi. Per esempio nell’icona del “Giudizio Universale” occupa un posto particolare la figura dell’angelo che suona la tromba e annuncia l’avvento della seconda e gloriosa venuta del Figlio di Dio. Questo evento insolito e straordinario ha dato origine a una figura d’angelo insolita e straordinaria. Vi scorgiamo l’energia concentrata del volto aperto ed espressivo, assieme alla saldezza delle gambe divaricate e al mantello le cui falde cadono diritte fino ai piedi. Tutti questi particolari simboleggiano la prontezza dell’angelo ad assolvere fino in fondo il suo importante compito. Però il suo volto, che spira coraggio ed energia, contiene allo stesso tempo una sfumatura di concentrata tensione e quasi di segreta attesa. La parte inferiore del volto sembra fondersi coll’atto di suonare la tromba e chiamare tutti all’ultimo e definitivo giudizio; invece la parte superiore con gli occhi enormi e dilatati, le ciglia marcate e la piega della testa, è rivolta verso lo spazio donde devono apparire quelli che la tromba chiama: chi sono, quante fra loro le “pecore” e quanti i “capri”, e come verrà loro incontro la Giustizia divina buona e misericordiosa oltre ogni limite? Queste sembrano le domande contenute nello sguardo e in tutto l’aspetto di questo angelo buccinante, pieno di vita e di profonda umanità. Lo ripetiamo: egli non solo suona la tromba, ma pensa, concentrato, sensibile, compartecipe alla sorte di quelli che chiama.
Nella medesima icona vediamo dietro agli apostoli un grande gruppo di angeli; in quelli della prima fila si nota con particolare chiarezza la diversità degli stati psichici e delle emozioni: l’attesa intensa, il turbamento interiore, la partecipazione preoccupata alla sorte di coloro che la tromba chiama. Tutto ciò viene espresso nella piega delle teste, nella dilatazione delle pupille, nel movimento delle mani protese nello spazio quasi a incontrare e aiutare (particolarmente nell’angelo al centro del gruppo) coloro che la tromba chiama. Il monaco Andrej ha dipinto con profonda partecipazione interiore per la sorte degli uomini questo quadro mirabile e unico nel suo genere della seconda e gloriosa venuta del Figlio di Dio.
L’arcangelo Michele della cattedrale dell’Annunciazione nel Cremlino di Mosca (dell’anno 1405) e della cosiddetta “Deesis di Zvenigorod”, posteriore di alcuni anni, costituisce l’anticipazione più completa degli angeli della “Trinità”. L’arcangelo Michele del Cremlino ha grandi ali che appesantiscono alquanto la sua solida figura ma allo stesso tempo le attribuiscono un significato particolare: le ali grandi, forti, raccolte, sono simbolo di un intervento pronto e vittorioso; perché lui è l’arcistratega, il comandante supremo di tutte le schiere celesti; è il vittorioso come appare dalla maestosa tranquillità e pace del suo volto; è il lucifero come appare dal chiarore del suo mantello; è sempre al “divino servizio” come appare dalla vivezza degli occhi e dalla leggera incurvatura dell’alta figura. Ornano la sua testa folti capelli neri raccolti da un nastro che lasciano in parte scoperta la fronte: essi ingrandiscono notevolmente la testa e ciò sottolinea la maestà, la dolcezza, l’amabilità del volto e di tutta la personalità spirituale dell’arcangelo. Egli ci introduce alla “Trinità”, ci dispone al confronto e al paragone, e così ci prepara a un più profondo apprezzamento della massima creazione iconografica del monaco Andrej Rublëv.
Lo stesso si dica dell’icona dell’arcangelo Michele della “Deesis di Zvenigorod”. La sua testa è ancor più inclinata, la capigliatura color ciliegio-scura è ancor più pronunciata, la prima ciocca ricciuta cade ancor più vicina agli occhi. Gli occhi pensierosi fissano lontano dalle grandi orbite e simboleggiano la profondità della contemplazione. Le labbra della bocca esile sono strette e sottolineano il silenzio dell’angelo. La palma della mano sinistra è chiusa e quella della destra spalancata, sottolineando la prontezza a compiere quanto è stato prestabilito. Lo stesso significato hanno anche le ali aperte e specialmente “la fiamma infuocata” del manto e delle ali, la quale però è controbilanciata dal chiaro e azzurro delle vesti e dagli squarci blu fra le ali e il tronco dell’angelo.
E’ impossibile non notare che appunto nel dipingere questo arcangelo il monaco Andrej s’è più che mai avvicinato alla “Trinità”, anticipando la raffigurazione dell’angelo di mezzo e anche in parte dell’angelo di sinistra della medesima. Infatti l’arcangelo Michele per la piega della testa, per le linee ed espressioni del volto, per la concentrazione dello sguardo triste è straordinariamente simile agli angeli della “Trinità”, ma non completamente uguale: la raffigurazione più perfetta degli angeli della “Trinità” fu realizzata solo quando il nostro monaco dovette risolvere il problema di rappresentare per mezzo degli angeli Dio stesso in tre Persone. E tutto ciò che nelle figure angeliche non era ancora pienamente maturo e perfetto, il monaco Andrej lo dovette superare con particolare sforzo spirituale e creativo per conseguire una rappresentazione più perfetta che corrispondesse all’alta idea simbolica di cui gli angeli della “Trinità” dovevano essere portatori.

Aleksandr Vetelev
(I – continua)

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