SERGIO ROMANO: “QUEL DESIDERIO DI RUSSIA NEL CUORE DI GIOVANNI PAOLO II”

Il nostro sito ha ripercorso in molteplici occasioni la ricca e, per certi versi, affascinante storia del profondo legame tra San Giovanni Paolo II e l’icona della Madre di Dio di Kazan’. Un rapporto di preghiera e devozione culminato, nel 2004, con la restituzione della venerata immagine al Patriarcato di Mosca (per saperne di più, è possibile consultare il motore di ricerca interno al nostro spazio web). La storia del Pontefice polacco e dell’antica icona è stata ripercorsa anche dall’ambasciatore Sergio Romano, oggi scrittore ed editorialista del “Corriere della Sera”, in una risposta data ad un lettore nella pagina delle lettere del quotidiano milanese pubblicata il 12 giugno 2016. Ecco la missiva e la replica di Sergio Romano.

Da una sua risposta, vengo sorprendentemente a conoscenza che il Patriarca di Mosca non volle che Giovanni Paolo II compisse una visita pastorale in Russia. Ero convinto che fosse il Cremlino a impedire, frenare, dissuadere. Forse il Patriarca non avrebbe avuto nulla in contrario se il Papa romano vi si fosse recato nella sola veste di capo di Stato. Penso che se il Papa è il Pastore di una Chiesa definita universale, le sue visite in giro per il mondo hanno ragion d’essere solo se compiute in quanto tale. Private della «pastoralità», non si discosterebbero dalle tante e frequenti che i capi di Stato e di governo compiono.

Alessandro Prandi

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Caro Prandi, credo di potere confermare che Giovanni Paolo II desiderava ardentemente visitare la Russia e che il maggiore ostacolo alla sua visita fu quello frapposto dal Patriarcato di Mosca. La Chiesa ortodossa riteneva che il Papa polacco, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si fosse comportato come un conquistatore. Aveva sfruttato la debolezza di Boris Eltsin, nella fase iniziale della sua presidenza, per ottenere due importanti concessioni: la restituzione agli Uniati dei beni che Stalin, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, aveva trasferito alla Chiesa ortodossa, e l’apertura in Russia di quattro diocesi cattoliche. Aggiungo che agli ortodossi non era piaciuto nemmeno il modo in cui la Santa Sede, dopo l’inizio della crisi dello Stato jugoslavo, aveva attivamente favorito la secessione della Croazia cattolica a scapito della Serbia ortodossa. Quando Wojtyla ricevette in dono una icona della Chiesa ortodossa che aveva avuto, nel corso dei secoli, una storia molto avventurosa, il Papa credette di avere un argomento persuasivo. L’icona rappresentava la Vergine, era stata probabilmente dipinta a Costantinopoli verso l’inizio del secondo millennio ed era scomparsa dalla capitale di Bisanzio durante una incursione dei tartari nel 1209. Trovata in Russia, a Kazan, nel 1579, l’icona della Madonna di Kazan era diventata da allora uno dei più amati oggetti di devozione della Russia ortodossa. Ma era stata nuovamente rubata agli inizi del Novecento, era apparsa in Occidente dopo la rivoluzione bolscevica, aveva trovato un posto nel santuario di Fatima ed era giunta infine a Roma, nello studio di Giovanni Paolo II.

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Per favorire il miglioramento dei rapporti con la Chiesa ortodossa, il Papa decise di farne dono al Patriarcato di Mosca, ma neppure questa offerta riuscì a modificare l’atteggiamento della Chiesa russa. Giovanni Paolo, tuttavia, mantenne la promessa e l’icona, nel 2004, fu portata a Mosca dal cardinale Walter Kasper, presidente del consiglio per l’unità dei cristiani. La cerimonia ebbe luogo nella chiesa della Dormizione al Cremlino, ma l’icona è ora nella cattedrale di Kazan a Pietroburgo. Quando ho visitato la chiesa, recentemente, una lunga fila di persone, fra cui molte giovani donne, aspettava pazientemente di avvicinarsi alla sacra immagine. Ogni fedele appoggiava la fronte sull’icona, diceva silenziosamente una preghiera, formulava un voto, faceva il segno della croce e si allontanava. Questo accadeva in una chiesa che durante il regime sovietico era diventata Museo dell’ateismo.