L’ICONA E L’ICONOGRAFO: UN RAPPORTO INTRISO DI ARTE E DI ASCESI INTERIORE

“L’iconografo e l’icona” è il titolo di un interessante e documentato contributo pubblicato dal sito ortodoxia.it incentrato sul complesso rapporto – intriso di aspetti artistici ma anche, e soprattutto, ascetici e spirituali – fra coloro i quali, da sempre, si dedicano alla realizzazione di immagini iconiche e il frutto stesso del loro percorso di meditazione e di arte. Il testo ha un carattere marcatamente divulgativo e, quindi, è adatto a fornire risposte interessanti per i molti amici del nostro spazio web che, a più riprese, ci fanno pervenire domande sull’argomento.

“Narrazione’’ è il termine appropriato, usato nell’iconografia, per descrivere la rappresentazione di una icona. L’uso di questo termine distingue la realizzazione di un’icona da qualunque altra costruzione o creazione artistica ed è quello che principalmente prova l’iconografo. Il termine “narrazione” significa infatti che l’icona non rappresenta avvenimenti storici, che possono essersi svolti in un determinato pe-riodo e in un certo luogo, né è una raffigurazione pittorica con intenti figurativi ed artistici, ma l’icona rappresenta avvenimenti al di sopra del tempo e al di fuori del mondo terreno, avvenimenti trascendentali.
Così l’iconografo tenta di raffigurare, con sobri ma eloquenti simboli, il soprannaturale, la fede, il miracolo, la santità, la purificazione, la glorificazione, il regno dei cieli; tenta di dare volto all’invisibile, migliorare il rapporto dei fedeli con il soprannaturale, insieme a tanti altri argomenti di fede e di spiritualità.
L’unico strumento che ha l’iconografo a disposizione per avvicinarsi a comprendere il significato di tutti questi argomenti di fede, per poi rappresentarli attraverso l’icona, è il vivere la vita della Chiesa al suo interno in modo continuo ed abituale. L’abituale studio del Vangelo, della vita degli Apostoli, dei padri, dei martiri della fede, dei santi, uomini e donne, sono gli strumenti segreti dell’iconografo, strumenti che gli offriranno le necessarie ali per volare verso la raffigurazione iconografica.
La preghiera al Santo – il quale l’iconografo tenta di narrare nella rappresentazione di un’icona – aiuta a stabilire una speciale comunicazione con lui. Sarà proprio la preghiera, alla fine, che porterà l’iconografo a superare quello che è forse il più grande ostacolo dell’arte iconografica, ossia dare espressione ai santi volti, che si cerca di raffigurare.
Quello che rende “santa” un’icona, non sono i santi volti raffigurati, Dio, la Theotocos ed i Santi. Quello che rende santa e miracolosa un’icona è la fede delle persone che pregano davanti ad essa.

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L’icona, si potrebbe dire usando un altro termine, è un catalizzatore che avvicina le persone a Dio, fortifica la loro fede e migliora il loro rapporto con il soprannaturale.
Questo è il delicato servizio svolto dall’iconografo tramite l’icona: attraverso la vista, aiuta il credente a prendere visione di ciò che sarebbe invisibile all’uomo e si fa guida alla comunicazione dell’uomo con Dio.
Per questo è necessario un’enorme amore, ma anche delicatezza e fede.
Gli iconografi inizialmente raffiguravano Cristo e con quella “narrazione” testimo-niavano Dio che si è fatto uomo per la salvezza del genere umano; inoltre rappresen-tando Cristo, rappresentavano tutta la Chiesa.
Oggi purtroppo si pratica l’iconografia per motivi commerciali, trascurando l’aspetto di fede e di preghiera che si dovrebbe osservare durante la “narrazione” di un’icona e a volte trascurando anche i basilari canoni ed insegnamenti iconografici.
L’ icona non può essere un evento personale ed esclusivo del fedele, dal momento che come cristiani facciamo parte di una comunità cristiana.
Certo, il nostro rapporto con Dio, che passa attraverso l’icona, potrebbe essere parte della nostra lotta personale per
la salvezza. Questo rapporto, però, rimane nella sua sostanza un evento comunitario, con incidenza anche immediata sulla nostra vita da cristiani.
Nel caso in cui non si verifichi questa incidenza della nostra vita con la comunità, allora il nostro rapporto con l’ icona sarà sbagliato perché ruoterà semplicemente intorno a limiti personali ed egocentrici: un’apparenza di fede, in relazione alle nostre debolezze e passioni, ed un limite nel vivere appieno dentro la comunità cristiana. Inoltre il fedele non dovrebbe mai confondere il ruolo di rappresentazione e narra-zione che svolge l’icona – che come detto avvicina il fedele alla luce Divina – con un culto che diventa adorazione. “Non adoro la materia, – diceva Giovanni Damasceno parlando delle icone – ma quello che raffigura”.
In passato esisteva la convinzione popolare che la personale santità dell’iconografo sarebbe stata il certificato per un futuro di miracoli dell’’icona. All’interno degli stessi contesti si muoveva anche la convinzione che la purezza del materiale dovesse giocare un ruolo determinante per la santità dell’icona.
La purezza dei materiali usati ha, esclusivamente, il significato di un’eletta e distinta offerta verso il Signore, ma rimane solo questo.
Sfortunatamente certe credenze hanno fatto sì che ci fosse una perdita d’orientamento e un allontanamento dal vero significato e dal giusto utilizzo dell’icona da parte di uomini senza spiritualità che non partecipano in modo attivo alla vita della Chiesa.

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Allora tutte le credenze popolari sull’icona sono sbagliate?
Sono sbagliate se hanno una finalità personale ed egoistica; hanno invece un grande interesse quando appaiono genuine espressioni di fede dei credenti.
L’icona deve essere considerata dal punto di vista dell’iconografia: in altre parole quale rappresentazione di un mondo senza alcuna attinenza con il nostro mondo ter-reno, o meglio, la rappresentazione della trasfigurazione del mondo in rapporto con Dio. Anche il nostro accostarci ad essa, sarà regolato, non da schemi di educazione sociale o da varie correnti del momento e teorie sull’estetica, ma dalla peculiarità spirituale della religiosità che rappresenta per il fedele.
Solo allora, possiamo capire l’insistenza dei genuini iconografi per la scelta dei materiali e dei colori da usare per la realizzazione delle icone.
Solo allora ha senso anche la preghiera individuale dell’iconografo, il suo digiunare, la sua regolare partecipazione al mistero della comunione, della confessione e in generale il suo sforzo spirituale durante il tempo necessario per la narrazione dell’icona. Perché l’iconografia è soprattutto un lavoro d’amore.
Solo attraverso questo criterio d’attenzione, di penitenza, di preghiera, di digiuno e sforzo spirituale, l’iconografo prenderà vagamente coscienza delle fatiche e degli sforzi spirituali dei santi raffigurati rimanendo spiritualmente in contatto con loro. Coscienza che lo aiuterà a realizzare l’espressione – rivelazione – finale, dei volti santi dell’icona, nella sua fase conclusiva; rivelazione che si concretizzerà, in primo luogo, nell’anima dell’iconografo, con un’ulteriore finalità: la liberazione dei simboli, la rivelazione e visione del regno dei cieli. Solo allora l’icona, come rappresentazione del sacro, potrà assolvere il suo compito di catalizzatore, aiutando il fedele in preghiera a comunicare con il Divino e a migliorare il suo rapporto con il soprannaturale.