“L’ICONA: DAL VISIBILE ALL’INVISIBILE”: LA RIFLESSIONE DEL CARD. SPIDLIK (2)

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Grazie alla collaborazione del Centro Russia Ecumenica di Roma, fondato e diretto da don Sergio Mercanzin, pubblichiamo la seconda parte della trascrizione di una conferenza tenuta il 18 gennaio 2001 dal compianto cardinale Tomas Spidlik (la berretta cardinalizia gli venne attribuita da Giovanni Paolo II nel 2003), scomparso nel 2010, sul tema “Il mondo dell’icona: lo spirito e la legge. L’icona: canoni, tecnica, materiali”. Si tratta delle ultime due di quattro sezioni (le prime due sono disponibili nella sezione “I documenti” di questo sito) che la redazione ha ritenuto di suddividere per consentire una riflessione più approfondita sulla ricchezza dei contenuti proposti e l’articolata originalità delle argomentazioni. Nato nella Repubblica Ceca nel 1919, gesuita, Spidlik è stato uno dei massimi studiosi della spiritualità e della teologia dell’Oriente cristiano, grande divulgatore attraverso libri, pubblicazioni, conferenze, incontri tenuti in Italia e all’estero, Russia compresa. Innumerevoli i riconoscimenti ricevuti in ambito internazionale che rendono il suo pensiero un punto di riferimento assoluto per comprendere la profondità e la fondamentale essenzialità dell’icona per il sentire cristiano.

TERZA PARTE
Florenskij, nel suo libricino “Porte regali” in cui descrive la psicologia dell’arte, dice: nessuno può dipingere se prima non ha dentro una cosa vissuta. Dunque prima c’è la visione spirituale. Lui racconta che Raffaello aveva avuto da giovane una visione della Madonna e che avrebbe voluto dipingerla, ma non ci riusciva perché tutte le ragazze che vedeva non erano minimamente come lei e di questo soffriva molto. Allora cosa fare? Ci sono artisti impazienti che dipingono attingendo dalla propria fantasia, ad es. per raffigurare il Paradiso, che non è di questa terra, creano forme che qui non esistono, uccelli rossi, blu, animali fantastici quali non sono nel mondo, ma a cosa serve moltiplicare forme che non esistono, cose che non hanno alcun significato? Se nessuna ragazza di questo mondo corrisponde all’ideale della Madonna che ho nella mente, cosa devo fare? L’artista soffre molto di questa contraddizione, ma un giorno incontra una ragazza, che non è come la Madonna che ha nella mente, ma che gli fa pensare a quella Madonna, gliela ricorda, quella ragazza, allora, diventa “simbolo” di qualcosa di superiore a lei e l’artista la ritrae perché simbolo della cosa invisibile.
Una volta un sacerdote ortodosso parlava con disprezzo delle Madonne italiane, diceva: «queste non sono immagini della Madonna, questi sono ritratti della sua amante, il pittore amava una ragazza e l’ha dipinta e voi pregate davanti a questo? Questo è vergognoso! ». Ma io penso che molti giovani, quando si innamorano, vedono qualcosa di superiore a quello che si vede con gli occhi, e proprio così deve essere, allora, quando questa persona concreta diventa “simbolo” la si dipinge. Bene, allora cominciamo a dipingere… ma attenti, bisogna fare quello che gli orientali chiamano “il digiuno delle forme e dei colori”, perché si deve dipingere solo quello che è simbolo e niente di più, altrimenti quel di più distrae. Così l’iconografo: “Dunque, c’era un bosco nel quale c’erano dei pastori beh, bastano due alberi, questo è già bosco, due pastori e due pecore”, ciò che è in più è inutile, non è più simbolo.
Si parla delle cosiddette “false immagini golose”. Un esempio ne è la famosa Maria Maddalena nel bosco che fa penitenza del periodo impressionista. Si vede una donna ben nutrita, poco vestita, in un bosco pieno di fiori… chi pensa alla penitenza vedendo questa immagine? Ne dovrebbe essere un simbolo, ma di fatto distrugge ogni simbolismo. Si sente dire degli iconografi: ma perché non dipinge qualcosa di più nella sua icona, perché non fa la Madonna più dolce, e perché quel bambino così vecchio? Ma forse perché si desidera vedere una bella immagine, una bella ragazza, e non la Madonna.
Dunque cosa sono le icone? Non sono immagini fantastiche e sono immagini molto magre, in cui c’è solo quello che è necessario, perché se ci fosse di più si perderebbe il simbolismo. Frank, uno psicologo, aggiunge a questo un complemento su come nasce un’opera d’arte. Spesso si sente dire che l’artista esprime se stesso, ma nessun artista dice questo di sé, tutti gli artisti dicono: “mi è venuta un’ispirazione”, dunque la visione di cui parlavamo prima, fonte e origine dell’immagine dipinta, è qualcosa che “è venuta”.
E quando viene cosa accade? Che l’artista subito si mette a dipingere dimenticando tutto il resto. La moglie di un pittore mi ha detto: “quando lui comincia a dipingere tutte le pastasciutte diventano fredde!”, il pittore sembra quasi schiavo di questa ispirazione, dipinge perché deve dipingere, e deve farlo come e quando l’ispirazione lo spinge, e se gli si obietta: “perché lo fai così? non lo venderai di certo!”, lui risponde: “non posso farlo in nessun altro modo, perché così mi detta l’ispirazione”. Ora si domanda Frank, ma è morale questo, che un uomo sia schiavo di un’ispirazione? Se la perfezione consiste nella piena libertà e uno schiavo di qualcosa non è libero, dunque gli artisti non sono uomini liberi, non sono uomini spirituali!
Lo sono oppure no? Frank risponde così: c’è una sola ispirazione che non priva l’uomo della libertà, quella che proviene dallo Spirito, tutte le altre non sono che possessioni diaboliche. La vera arte è spirituale, veramente spirituale, e l’uomo dà a questa ispirazione dello Spirito tutto ciò che può dare.

QUARTA PARTE
L’Incarnazione è la più grande opera d’arte: l’ispirazione dello Spirito Santo in Persona e la Madonna che offre tutte le sue forze, tutta se stessa… e nasce l’uomo-Dio, come nell’arte nasce l’immagine umano-divina. Dunque Gesù Cristo è la perfettissima immagine perché chi vede Lui vede il Padre, e l’arte, quindi, è tipicamente cristiana, anzi, solo il cristianesimo giustifica la vera arte. Vjaceslav Ivanov, studioso di molte culture diverse, come quella egizia, quella greca e molte altre, osservava: quante culture diverse si sono avvicendate, poi sono scomparse, morte, se ne raccolgono reperti, se ne conservano monumenti, ma quello che si ottiene è un museo, non più cultura viva. Cosa si potrebbe fare per salvare una cultura dall’estinzione? Notò che una cultura piuttosto mediocre, se paragonata a quella egizia o a quella greca, quella ebraica, con i suoi salmi, la storia di Davide, ecc., non era ancora morta, e fino ad oggi si continuano a recitare i salmi ma non certo la poesia babilonese, come mai? Perché ha ricevuto un significato cristologico, perché è entrata in Cristo, e aggiunge: se vogliamo salvare la nostra cultura europea, mentre nascono nuovi mondi e nuove culture, dobbiamo dare significato cristologico alla nostra cultura, ai nostri concetti, alle nostre immagini. Per mezzo di Cristo il visibile diventa simbolo dell’invisibile, umano simbolo del divino.
Ultimo punto: il culto delle immagini.
Che le immagini potessero avere valenza catechetica, di un’istruzione, questo lo ammettevano anche gli iconoclasti, ciò che si può dire con le parole, si può dire anche con le immagini (e l’oriente amava molto le immagini… io dico sempre, scherzosamente, che gli orientali dicono: questa è l’immagine, se non la capisci te lo spiego a parole, mentre in occidente si dice: te lo dico, se non lo capisci ti faccio un disegno). Dunque immagine come parola, niente di più, come insegnamento, parola-visiva, ma perché dovrei venerarla? Se l’iconografia è come un catechismo va bene, ma nessuno venera il libro di catechismo! Perché si dovrebbe venerare un ‘immagine? Già Origène diceva: “C’è differenza tra parola umana e parola divina”.
Io dico “dovete fare questo”, ma non succede niente, che questo accada ora dipende da voi, non dalla mia parola, perché la mia parola è debole, invece quando Dio dice qualche cosa lo fa, quel qualcosa “è”, nei sacramenti, nella lettura di salmi come esorcismo è Dio che dice. Dunque l’immagine non deve essere parola umana, ma deve essere parola divina, l’icona è paragonabile alla Parola divina e per questo venerabile. Nell’iconoclasmo ci sono stati due grandi periodi.
Dicono di venerare un’immagine, evidentemente questa immagine deve essere unita in qualche modo con ciò che rappresenta, perché non posso adorare il legno in quanto tale, o è unita con Cristo oppure niente da fare, ma come si fa ad unire un’immagine di Cristo con Cristo stesso?
Il primo periodo, del patriarca Niceforo, è tipicamente greco; i greci dicevano: se due cose hanno la stessa forma sono praticamente uguali, vediamo la statua dell’imperatore con la sua stessa forma, allora ci inchiniamo davanti alla statua dell’imperatore, è lui, la stessa forma, perciò si cercava di riprodurre la stessa forma del santo da rappresentare nell’icona, non si poteva cambiare, e per Gesù si aveva l’immagine acheropita del volto santo e si riproduceva così, ma siamo sempre sicuri che quel santo aveva quella forma? Perché se la sua forma non fosse esattamente quella la sua immagine non sarebbe più venerabile.
Nel secondo periodo S. Teodoro Studita diceva: “umanità e divinità hanno la stessa forma? No, però sono unite per mezzo dell’amore; allora solo amore può unire il legno con Cristo stesso, e come si esprime quell’amore? Per mezzo della preghiera”. Dunque per mezzo della preghiera l’icona diventa sacra, se non si pregasse sarebbe un pezzo di legno, “l’icona davanti alla quale non si prega è come una finestra murata”, si vede la finestra, ma non si vede attraverso.
Mi è stato detto che al tempo del totalitarismo, quando quella famosa icona della Trinità era conservata così, tra altre immagini, alcuni studenti andavano di nascosto per pregare davanti a lei perché non si desacralizzasse, adesso è in una stanza speciale perché si possa venerarla, ora sono di nuovo icone. In una chiesa di Mosca, guardando come la gente pregava davanti all’icona della Madonna non si poteva dire che fosse semplicemente legno, perché quel legno era impregnato delle preghiere dei fedeli, allora è diventato sacro, difatti la preghiera santifica il mondo. Le migliori preghiere sono le preghiere sacramentali, dove la preghiera del Sacerdote santifica l’Eucarestia, noi distinguiamo “sacramenti” e “sacramentali”, questa è per forza di Cristo e questa per la preghiera dei fedeli, ma infine la preghiera dei fedeli è anche la preghiera di Cristo.
Dunque la Madonna davanti alla quale per secoli si pregava non è la stessa di una nuova, magari migliore, più bella con cui la si vorrebbe sostituire, lasciate quella migliore per il museo, non si può, questa è venerata da secoli, questa è sacra. E’ proprio la preghiera che permette quel passaggio dal visibile all’invisibile. Io vi auguro di fare questo passaggio!

Card. Tomas Spidlik
(II – fine)

Nella foto: la sacrestia della chiesa ortodossa serba di Santo Stefano, a New York, completamente affrescata dall’iconografo padre Teodoro Jurewicz

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