PADRE ROMANO SCALFI, L’APOSTOLO DEL DIALOGO ECUMENICO

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E’ un “gigante del Novecento”, una delle figure più significative che incarna il profondo legame fra l’Italia e la Russia, coraggioso testimone della fede e dei diritti dell’uomo nel tempo buio della dittatura sovietica al punto da diventarne lui stesso “vittima”, bandito per decenni come “persona non grata”. Padre Romano Scalfi (nella foto), fondatore del Centro Studi Russia Cristiana di Seriate e Milano, alla soglia dei 90 anni rimane un punto di riferimento indiscusso per tutti coloro che amano, o più semplicemente studiano, l’Oriente cristiano. Amico, fra gli altri, di Aleksandr Solgenitsyn e di padre Aleksandr Men’, rappresenta una voce fra le più autorevoli perché protagonista della Storia. Per conoscerne più da vicino la levatura morale ed intellettuale, proponiamo l’intervista realizzata nel 2010 per il quotidiano cattolico “Avvenire” da Antonio Giuliano.

«Solov’ëv diceva che per capire non basta soltanto la ragione, occorre anche il cuore, l’esperienza » . Le parole del grande pensatore russo sono da sempre la bussola per padre Romano Scalfi, l’uomo che negli anni Sessanta valicò la Cortina di ferro comunista e dimostrò all’Occidente la fede sotterranea dei credenti dell’ex Unione Sovietica. Da Tione di Trento dove è nato nel 1923, ne ha fatta di strada l’indomito cattolico altoatesino che nel 1957 a Milano ha fondato il centro studi Russia Cristiana. Un’organizzazione ponte con i territori dell’ex Urss che ha dato voce al « samizdat » (l’autoeditoria clandestina) e continua a far conoscere la tradizione dell’ortodossia russa per incoraggiare il dialogo ecumenico. Il filo con Mosca è costante. Dal quartier generale di Seriate, vicino Bergamo, padre Scalfi a 87 anni ogni giorno sin dalle prime luci dell’alba prega e si collega on line con l’amata Russia.

Padre Scalfi com’è stato il primo impatto in terra sovietica?
«Sono andato lì nel 1960, partimmo con due automobili. Appena passato il confine sovietico ci assegnarono un ‘ angelo custode’, che ci controllasse di con­tinuo. Con vari stratagemmi e finti malintesi riuscimmo a visitare dei villaggi e a parlare con la gente, e capimmo da tanti piccoli segni che la fede era ancora pre­sente. Certo si respirava l’ideologia marxista. Non riuscivano a spiegarsi come io, laureato, potessi credere in Dio: per i comunisti la scienza aveva dimostrato l’inesistenza di Dio» .
Alla fine degli anni ’ 50 in Occidente si pensava che il cristianesimo fosse ormai un relitto del passato e invece spuntò il « samizdat » che lei ha definito «uno dei più grossi miracoli del XX secolo»…
«Fu un fiore sbocciato in pieno inverno per grazia di Dio. Proprio negli anni in cui l’Unione Sovietica si avviava alla piena realizzazione della società comunista. I foglietti del ‘samizdat’ erano la prova che la Chiesa parlava. Migliaia di dissidenti russi, anche non credenti, testimoniavano valori cristiani: dal ‘ samizdat’ abbiamo imparato che la persona è il protagonista della storia e non le forze produttive come dicevano Marx e Lenin. Abbiamo imparato la venerazione per la verità, il ‘vivere senza menzogna’ di Solzenicyn. Noi andavamo in Russia, conoscevamo le persone e portavamo i ‘samizdat’ in Italia. I ‘samiz­dat’ erano russi. Solo in Italia qualcuno anche tra i cattolici ha pensato in modo stolto che fossero un’invenzione della Cia».
Per quasi 20 anni le è stato impedito di mettere piede in Russia. Perché c’è stato un così grande accanimento verso i credenti?
«Lo Stato sovietico è stato il pri­mo a proporsi come compito fondamentale quello di eliminare la religione. Mai nella storia c’è stato un impegno così grande per eli­minare Dio dalle coscienze. Lenin infatti diceva che la lotta contro la religione è l’Abc del comunismo. Alla vigilia del 1917 in Russia si contavano 54.692 chiese parrocchiali e 1.025 monasteri. Alla fine degli anni ’30 erano stati chiusi tutti i monasteri e restavano poco più di un centinaio tra cattedrali e chiese parrocchiali. Tra il 1937 e il 1941 furono arrestati 175.800 sacerdoti dei quali 110.700 furono fucilati».
Nel libro «Testimoni dell’Agnello. Martiri per la fede in Urss» (La casa di Matriona) lei ha raccolto le storie di migliaia di credenti perseguitati.
«Tra tutti ricordo Veniamin, il metropolita di Leningrado. Nel 1922 diede l’ordine di usare i calici d’oro per aiutare le vittime della carestia; ma lo fece di propria iniziativa, senza chiedere permessi al Partito, per questo fu arresta­o e condannato alla fucilazione. Prima di fucilarlo in un bosco fuori città, gli concessero cinque minuti per pregare. Lui si inginocchiò, pregò, e benedisse quelli che lo avrebbero ucciso dicendo: ‘Signore perdona loro perché non sanno quello che fanno’».
Ma oltre 70 anni di comunismo non sono riusciti a estirpare la fede…
«No, perché il senso religioso è innato nell’uomo. Tuttavia se set­anta anni di martellamento contro la fede non sono riusciti a distruggere completamente l’uomo, hanno permesso l’insinuarsi di tante forme di superstizione che stanno seriamente minacciando quella che una volta era la mentalità ortodossa. Anche a 20 anni dalla fine dell’Unione Sovietica c’è ancora moltissimo da fare per il recupero di una coscienza autenticamente religiosa».
Oggi ci sono passi avanti nel dialogo con gli ortodossi?
«Sì, soprattutto guardando la realtà dal nostro ‘osservatorio’, la Biblioteca dello Spirito di Mosca, dove lavorano insieme cattolici e ortodossi. Senza compromessi, perché una chiara identità cattolica è il requisito necessario per dialogare. Dall’incontro con don Giussani ho capito che per fare ecumenismo non basta specializzarsi sui libri, è l’esperienza della comunità, dell’unità con i propri amici ciò che conta» .
Sta pensando a nuovi viaggi in Russia?
«Ci sono stato l’anno scorso e spero di tornarci ancora se Dio mi dà la forza. Meglio non far progetti, importante è aderire a quello che Dio combina nella nostra storia. Io sono un peccatore come tanti che ha sperimentato la misericordia e la gra­zia di Dio più di quanto potesse immaginare. Un giorno dissi al nostro padre spirituale Eugenio Bernardi che sarei diventato santo in quattro mesi e gli consegnai il mio programma. Lui lo lesse, sorrise e lo strappò e mi disse che è il Signore che ci fa santi e non noi. Una delusione, ma una grande lezione che non ho mai dimenticato».

Antonio Giuliano
(da “Avvenire” del 31 marzo 2010)

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