“L’ICONA: DAL VISIBILE ALL’INVISIBILE”: LA RIFLESSIONE DEL CARD. SPIDLIK (1)

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Grazie alla collaborazione del Centro Russia Ecumenica di Roma, fondato e diretto da don Sergio Mercanzin, pubblichiamo la trascrizione di una conferenza tenuta il 18 gennaio 2001 dal compianto cardinale Tomas Spidlik (la berretta cardinalizia gli venne attribuita da Giovanni Paolo II nel 2003), scomparso nel 2010, sul tema “Il mondo dell’icona: lo spirito e la legge. L’icona: canoni, tecnica, materiali”. Si tratta della prima e seconda di quattro parti (le altre due saranno oggetto di successiva pubblicazione sempre in queste pagine web) che la redazione dei ha ritenuto di suddividere per consentire una riflessione più approfondita sulla ricchezza dei contenuti proposti e l’articolata originalità delle argomentazioni. Nato nella Repubblica Ceca nel 1919, gesuita, Spidlik è stato uno dei massimi studiosi della spiritualità e della teologia dell’Oriente cristiano, grande divulgatore attraverso libri, pubblicazioni, conferenze, incontri tenuti in Italia e all’estero, Russia compresa. Innumerevoli i riconoscimenti ricevuti in ambito internazionale che rendono il suo pensiero un punto di riferimento assoluto per comprendere la profondità e la fondamentale essenzialità dell’icona per il sentire cristiano.


PRIMA PARTE

Il tema di questa nostra conversazione è “dal visibile all’invisibile”… Avete mai visto qualcosa di… invisibile? Tutti vogliono “conoscere”, già gli antichi greci dicevano: “Meglio non vivere che non avere la conoscenza”, conoscenza del vero e del falso. Il termine latino per verità è verecundia, indica che la verità è un mistero, che non si raggiunge facilmente; il termine ebraico è emés, significa parola, dunque qualcun’ altro mi rivela la verità; molto diverso il termine greco: alètheia, significa dimenticanza, indica ciò che è uscito dall’ignoranza, ciò che abbiamo scoperto, e tale è la nostra mentalità europea, l’avere, il possedere ciò che abbiamo scoperto, il mistero non ci interessa. Dostoevskij racconta la parabola del palazzo di cristallo: l’uomo-scientifico moderno costruisce un palazzo di cristallo in cui naturalmente tutto è chiaro, preciso, poi va ad abitarci dentro incantato, ma il giorno seguente scopre che in quel palazzo non ci sono né carità, né libertà, né verità… perché queste cose non sono mai chiare.
Dunque la “verità” che dice le cose chiare e precise non raggiunge la Verità. Più interessante è la parola slava per verità: ìstina, dalla stessa radice dell’indeuropeo és=ciò che esiste e astmà= spirare, nel senso di emettere fiato, dunque la verità è qualcosa di vivente. Ci sono, quindi, modi diversi di accostare la verità. Compariamo tra loro i due fondamenti della nostra civiltà: la Bibbia e la filosofia greca. La Bibbia è rivelazione per mezzo della parola, non ci sono immagini, sono addirittura proibite, ci sono visioni, ma è sempre Dio che parla e mette sulla lingua dei profeti qualche cosa riferita sempre all’osservare le parole di Dio. Totalmente diversi erano i greci. I greci dicevano: “ciò che non hai visto non è vero” e il primo storiografo greco, Erodoto, per scrivere la storia è andato in giro per il mondo per poter scrivere quello che aveva visto con i suoi occhi. Dunque: è vero ciò che hai visto, e così sono nate le scienze naturali, la fisica, e quanto progresso ha fatto la civiltà europea con le scienze naturali! Però, nel III sec. a.C. nacque una crisi, era il periodo degli scettici in Atene.
Dicevano gli scettici: noi non vediamo tutti allo stesso modo, io vedo che l’erba è verde, tu vedi che l’erba è verde, ma qualcuno, noi oggi diremmo daltonico, la vede rossa, e la mucca che la mangia come la vede? Se è vero ciò che vediamo ed ognuno vede a modo suo, non possiamo conoscere la verità, conosciamo solo l’opinione, doxa, ciò che si dice, ma alla verità non abbiamo accesso. Uno scettico moderno, un inglese, dice che l’uomo è come uno che sta in una torre e riceve le notizie per telefono, sa tutto ma non può sapere con certezza che sia vero, non può controllare che sia vero ciò che sente, così anche noi non possiamo conoscere la verità. E cosa risposero i grandi filosofi greci come Platone, Socrate , Aristotele agli scettici del loro tempo? Dissero: è vero, con gli occhi del corpo non possiamo raggiungere la verità, ma per fortuna abbiamo un occhio interiore, la mente, l’intelletto, e l’intelletto conosce la verità, con l’intelletto diciamo che 2+2=4 e questo è vero per noi, per i daltonici, per i ciechi, per tutti.
Dunque la verità non si conosce con gli occhi, ma si conosce con l’intelletto, l’intelletto può conoscere la verità, può conoscere anche Dio, è capace di Dio, quindi la migliore filosofia è l’elevazione della mente a Dio. Aristotele parla di tre tipi di uomo: gli uomini utilitari, che lavorano per mangiare e mangiano per lavorare e che non sono felici, poi i politici, gli uomini che lavorano per gli altri (in quel tempo credevano ancora che i politici lavorassero per gli altri), vita che fa felici gli altri ma non se stessi, ed infine la vita contemplativa, la più felice, in cui alla migliore facoltà, l’intelletto, si offre il migliore oggetto: Dio; è l’elevazione della mente a Dio. Evidentemente questo piaceva molto ai Padri della Chiesa, per es. S. Agostino, come elevava la mente a Dio! E poi tutti i contemplativi…. Però, nel IV sec. d.C., si profilò una nuova crisi con i cosiddetti Ariani; questi erano dei perfetti metafisici, e arrivarono a negare la divinità di Gesù. Cosa risposero i grandi Padri di quel tempo, Basilio, Gregorio Nazianzeno? “…Speculate come volete, ma a Dio non si arriva con l’intelletto, perché supera ogni intelligenza”.
Dio, dunque non si conosce con i sensi, i Padri greci erano molto scettici riguardo alle visioni, “se qualcuno sostiene di aver visto Dio probabilmente ha visto solo la sua fantasia”, S. Giovanni Climaco dice: “Beati gli occhi che hanno visto gli angeli? Beato piuttosto chi ha visto il suo peccato!”. Con l’intelletto non volevano speculare, a che cosa servono tutte queste speculazioni? Hanno cambiato la teologia in tecnologia! Con tutti questi concetti precisi… Allora come si conosce Dio ? Si può conoscere o no? E la risposta è: beati i cuore-puro, perché essi vedranno Dio.

SECONDA PARTE
Pertanto ci sono tre conoscenze: la prima, attraverso i sensi, conosce la superficie delle cose, la seconda, attraverso l’intelletto, la mente, conosce i concetti precisi, la terza, attraverso un cuore puro; questa vede Dio, o meglio, per non essere panteisti, la Sapienza divina nelle cose. Adesso il problema è: come si comportano una con l’altra queste tre conoscenze? Per essere un buon speculativo, bisogna guardare molto nel mondo? No, diceva Platone, ma anzi chiudere gli occhi, cominciare dalla matematica per distogliersi dal mondo materiale, poi dimenticare anche quello matematico per la pura filosofia: i sensi non servono, intralciano, sono di ostacolo, sosteneva. Tre conoscenze spaccate, dunque, divise, ma non può essere così, una dovrebbe condurre all’altra. Quanto all’immagine e conoscenza, il popolo ha sempre stimato le immagini, per mezzo delle immagini si conosce e Gesù stesso parlava in immagini nelle sue parabole. Platone diceva che di una cosa materiale può esserci un’immagine materiale: un uomo si fa ritrarre da un pittore e questa è la sua immagine, da una cosa materiale può venire qualcosa di materiale, da una cosa spirituale qualcosa di spirituale, ma da una cosa spirituale non può generarsi qualcosa di materiale e viceversa. Questa la posizione anche degli iconoclasti, quando si vuole fare un’immagine di Cristo, si nega la Sua divinità, perché si può dipingere solo l’uomo Gesù. Nella Scrittura ci viene offerta una soluzione, dove è detto che Gesù è “immagine del Dio invisibile”.
É detto, dunque, che Cristo nel suo corpo è immagine di Dio invisibile, perché è Dio-uomo, dunque il problema filosofico fu risolto con la Cristologia, perché Gesù Cristo unisce visibile e invisibile e per mezzo di Lui possiamo vedere l’Invisibile. Ma dove si trova Gesù Cristo? La risposta è: nella Chiesa. Dunque chi vede la Chiesa vede Cristo, e chi vede Cristo vede Dio. S. Gregorio di Nissa diceva: chi vede la bellezza della Sposa vede lo sposo. La Chiesa sono i cristiani, ogni cristiano, quindi, secondo il suo grado, è immagine di Cristo e in Cristo si vede il Padre, dunque nei santi uomini si vede Dio invisibile. Evidentemente questa immagine ha diversi gradi. In russo santo si dice “prepodobnyj”, cioè “molto simile”, il cristiano è “simile”, il santo è “il molto simile”, la Madonna è “la più simile” a Cristo. Dunque un uomo santo è immagine di Cristo, nell’uomo santo si vede l’invisibile. Se un santo è immagine dell’invisibile ed io lo vedo con gli occhi, lo posso dipingere, ma ora, come dipingerlo perché si “veda” che è santo, come dipingere la sua santità? C’è una fotografia, cosa si vede? Una cosa del tutto superficiale, un mio gesto, un atteggiamento esteriore… Quando si fa un ritratto si cerca di mostrare tutta la personalità, si cerca di far vedere l’uomo intero, come è il suo carattere, le sue caratteristiche interiori…
L’icona è ad un terzo grado, vuol far vedere com’è lo Spirito Santo dentro di lui, perché questa è la vera immagine del santo. L’icona non è solo foto, non è soltanto ritratto, ma deve raffigurare l’uomo pieno dello Spirito Santo. Ma come farlo questo? Vediamo come sono nate le immagini sacre. La prima immagine di Cristo è il Pantocrator, il Re dell’universo, siede sul trono come un imperatore, come il vero imperatore del mondo; era un’immagine trionfalistica, voleva dire: quell’ebreo che avete crocifisso, che a voi sembrava essere un uomo debole è il vero imperatore del mondo, quel crocifisso governa il mondo! Si cerca di far vedere, dunque, qualcosa che non si vede con gli occhi del corpo: gli occhi vedevano Cristo come un uomo qualsiasi, con gli occhi della fede lo si vede imperatore, Pantocrator. Questo è un aspetto del Cristo.
Nel Medioevo cambia tutto. Quando S. Francesco predicava, tutti sapevano che Gesù Cristo è Dio, ma si sono dimenticati che ha sofferto come un uomo, allora, invece di Cristo su di un trono, si vede Cristo sofferente, ecco la via crucis, le flagellazioni… Sempre quello che si dimentica viene messo in risalto, tutti avevano l’immagine di Cristo Re, Cristo Dio, Cristo grande, allora bisogna ricordare il Cristo piccolo, che soffre, per fare equilibrio. Poi viene il Rinascimento, il Cristo con i muscoli di Michelangelo! O quella bellezza quasi femminile del Cristo di Leonardo da Vinci… Secolarizzazione? Non necessariamente. Sì, Lui è Dio, Lui ha sofferto, ma non dimentichiamo che era l’uomo perfetto, l’uomo ideale, ecco allora rappresentazione di Cristo-uomo-perfetto. Nel Barocco si vede sempre Cristo che parla con qualche santo, perché si sentivano isolati, dunque Cristo-uomo-del-dialogo. E com’è il Cristo moderno? Beh, ce ne sono diversi, il Cristo-operaio, ad esempio, Cristo nella vita quotidiana… Ma sempre si cerca di dipingere ciò che si è dimenticato. Questo il problema, nella rappresentazione deve esserci qualcosa che non si vede ma che però si crede. Sapete che sul monte Athos c’era la scuola per pittori, si studiava, si digiunava, e la prima immagine che il pittore doveva dipingere era la Trasfigurazione sul Tabor, per dire che il pittore sacro vede le cose così come le vedevano gli Apostoli sul monte Tabor, così “come si credono”, non “come si vedono” con gli occhi. Ora, come farlo? Santo cielo, come farlo? C’e una visione invisibile che deve essere concretizzata: come farlo?

Card. Tomas Spidlik
(I – continua)

Nella foto: Madre di Dio Odighitria, scuola di Pskov, XIII secolo, Mosca, Galleria Tret’jakov

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