“OGNI ICONA TESTIMONIA LA REALTÀ DI CRISTO”: LO STUDIO DI MARY LOWELL

La rivista “Orthodox Art Journal”, fra le più prestigiose del settore a livello internazionale, ha pubblicato, a firma della studiosa Mary Lowell, un articolo di approfondimento dedicato alle Sante icone in occasione della festa del Trionfo dell’Ortodossia, che la Chiesa d’Oriente celebra nella prima domenica di Quaresima in ricordo della definitiva vittoria, nell’VIII secolo, dei fautori delle sacre immagini sugli iconoclasti. Nell’ambito del prezioso impegno divulgativo che accompagna l’azione pastorale, il sito della parrocchia di San Massimo vescovo di Torino, del Patriarcato di Mosca, ha realizzato del testo una traduzione in italiano. Lo riproponiamo per i lettori de “I sentieri dell’icona”.

Le Sante icone agiscono come segnali che indicano l’immediatezza di ciò che è rappresentato. Le icone presentano a chi guarda un modo di essere in relazione con ciò che significano. È proprio questa intimità che molti trovano preoccupante. L’intermittente controversia iconoclasta nella Nuova Roma sul Bosforo, durata quasi un secolo (726-87 e 815-43), era centrata sul sospetto che chi guarda fonde la realtà del rappresentato con la sua rappresentazione arrivando ad adorare la sua sostanza materiale. L’accusa era (ed è) che segno e significato diventano così intellettualmente ed emotivamente fusi in chi guarda, che questi considera l’immagine come l’incarnazione di ciò che è raffigurato. Cioè, il raffigurato è inerente, piuttosto che meramente apparente nell’immagine. Molto è stato detto sull’influenza del dogma coranico sugli iconoclasti. Entro il 651 le invasioni islamiche avevano soggiogato i territori cristiani di Siria, Mesopotamia ed Egitto. Damasco come importante centro di teologia ortodossa cade nelle mani dei musulmani quasi un intero secolo prima che l’imperatore Leone III promulgasse tra il 726 e il 729 una serie di decreti che proibivano di esporre icone nelle chiese e nei luoghi pubblici di tutto l’impero indebolito.

I riformatori protestanti del Nord Europa del XVI secolo, tuttavia, avendo poca esperienza diretta dell’islam, sono stati colti dallo stesso sospetto e dalla determinazione di rimuovere l’arte sacra figurativa. Molti protestanti arrivarono inoltre a dichiarare che rappresentare in modo pittorico la madre di Gesù, i suoi discepoli, i martiri, i santi e gli angeli favoriva il culto delle loro immagini come mediatori cultuali tra Dio e l’uomo. Pertanto, ci si opponeva a qualsiasi venerazione dei santi, e le loro rappresentazioni divenivano un doppio tabù. Questo lasciava solo l’immagine di una croce nudo come emblema di purezza riduttiva. Lavato delle rappresentazioni della “impronta della sua persona”, come san Paolo chiama il Figlio di Dio, il familiare ha lasciato spazio al meccanico, alla divinità disimpegnata e disinteressata dell’Illuminismo.

IMG_1375

Il pericoloso potere delle immagini

L’accusa di idolatria grava pesantemente sull’ambito dell’arte sacra, non a causa della dottrina islamica e protestante, ma perché presume che si possano fare immagini del divino. E in questo c’è molto da tenere in considerazione. Praticamente tutta l’arte tardo-antica e medievale, a est e a ovest, ha cercato di rispondere in modo pittorico alla domanda che Cristo pone ai suoi discepoli: “Voi chi dite che io sia?”. L’ansietà degli iconoclasti, che l’immagine sia venerata come un’incarnazione, ha una logica che non è facilmente superabile, da qui il perenne richiamo alla cancellazione. Il terrore comune è che allo spettatore non possa essere affidato il potere delle immagini. Per illustrare quanto sia intricata la questione, ricordiamo le gesta del giusto re Ezechia (715 a.C.):
“Egli rimosse gli alti luoghi, e spezzò i pilastri, e tagliò il palo sacro; e ruppe in pezzi il serpente di bronzo che Mosè aveva fatto; poiché a quel tempo i figli d’Israele gli facevano offerte; ed era chiamato Nehushtan” (2 Re 18:4). 
Un millennio prima che Ezechia distruggesse quello che definiva sprezzantemente Nehushtan, un semplice pezzo di ottone, il “serpente di bronzo” era un’immagine portata oltre il Giordano nella terra promessa assieme all’Arca dell’Alleanza. La sua origine era stata l’evento di Edom, quando gli israeliti si erano lamentati contro Mosè, “e Dio mandò tra il popolo serpenti, e mordevano la gente; e un gran numero d’israeliti morì” (Numeri 21: 6).
E il Signore disse a Mosè: Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta: e chiunque sarà morso e lo guarderà, vivrà. E Mosè fece un serpente di bronzo e lo mise sopra un’asta e quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita” (Numeri 21:8,9).
Anche se la figura in bronzo era stata data come segno provvisorio della liberazione di Dio, un segnaposto, per così dire, fu distrutta perché i “figli di Israele le facevano offerte” come a un idolo. Il contesto dell’azione di Ezechia era la resistenza a ciò che gli ebrei avevano sperimentato durante il loro esilio di 400 anni in Egitto, bombardati da immagini di Anubi, Horus, Iside e almeno 80 altre divinità. Tornando agli altopiani della Transgiordania e della terra promessa, si sono immersi nuovamente nelle onnipresenti immagini cananee, fenicie e filistee di Dagon, Baal e Moloch. A questo sciame, anche se secoli dopo, si è aggiunto il pantheon di idoli mesopotamici che gli israeliti avevano incontrato durante le loro tre deportazioni babilonesi, nel 605, 597 e 586 a. C.
Gesù Cristo, tuttavia, ha interpretato l’immagine come simbolo di se stesso:
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato: affinché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. (Giovanni 3:12-15)
L’immagine del serpente di bronzo non raffigurava la fisicità umana di Gesù di Nazaret; rimandava al suo ruolo di Salvatore del mondo. Parlando della sua crocifissione, Cristo ha completato il so significato: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Giovanni 12: 32).

 L’annuncio del Vangelo in mezzo all’idolatria

La cultura greco-romana, in cui san Paolo e gli apostoli hanno portato il messaggio di Dio incarnato, era simile a quella in cui Giosuè aveva portato l’Arca dell’Alleanza oltre il Giordano. Le dimensioni e la profusione delle rovine del tempio dedicato ad Artemide, nelle città dell’Anatolia dove Paolo, Barnaba, Timoteo e Giovanni Marco hanno fatto viaggi missionari – Efeso, Pergamo, Panfilia, Iconio, Filadelfia – ci dice che l’erezione e la manutenzione i tali templi avrebbe richiesto miliardi in termini di entrate moderne. Tutta la vita cittadina e rurale orbitava intorno al culto delle immagini scolpite, non solo le immagini di fantasia che erano lateralmente equivalenti a divinità pagane nelle civiltà circostanti – greca, ittita, scita, babilonese ed egiziana – ma anche le immagini degli imperatori. Prima della divinizzazione ufficiale e tipicamente postuma degli imperatori, le statue ritraevano i Cesari come generali trionfanti in uniforme militare o capi di stato in corone di alloro e porpore cerimoniali. Ma i Cesari divinizzati erano rappresentati nudi e atletici a somiglianza di Apollo, Ermes e Zeus per i rituali onorifici richiesti di fronte alle loro immagini. Era in questo contesto che gli apostoli si sforzavano potentemente di far superare i residui di culto degli idoli nei convertiti dal paganesimo al cristianesimo.
Quanto dunque al mangiare le carni offerte in sacrificio agli idoli, sappiamo che non esiste al mondo alcun idolo, e che non vi è altro Dio se non uno solo… Ma non tutti hanno conoscenza: alcuni, abituati finora agli idoli, mangiano le carni come cose sacrificate a un idolo; e la loro coscienza, essendo debole, ne è contaminata. (I Corinzi 8: 4-7)
Anche se San Paolo dichiara: “noi sappiamo che non esiste al mondo alcun idolo, e che non vi è altro Dio, se non uno solo”, ci ricorda che “non tutti hanno conoscenza”. Nel dire che “non esiste al mondo alcun idolo”, san Paolo non dice che l’onore dato agli idoli è nulla. Egli avverte che la deferenza, se non la reverenza, data agli idoli è data ai demoni e ha il pericolo di profanare la coscienza:
Poiché non lottiamo contro il sangue e la carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori delle tenebre di questo mondo, contro gli spiriti malvagi nei luoghi alti. (Efesini 6:12)
Nel dibattito del Concilio di Gerusalemme (50 d.C.) su ciò che era necessario richiedere ai gentili convertiti, vediamo come l’apostolo Pietro ha risposto quando “si alzarono alcuni della setta dei farisei che avevano creduto, dicendo che era necessario circonciderli, e comandare loro di osservare la legge di Mosè” (Atti 15:5) Pietro ammonì i farisei credenti dicendo:” Ora perché dunque tentate Dio, mettendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare?” (Atti 15:10). Ma quando san Giacomo, il primo vescovo di Gerusalemme, si pronunciò sulla questione, il suo ammonimento si focalizzava sul pericolo dell’idolatria. “Per questo ritengo che non si debbano importunare quelli tra i gentili che si convertono a Dio, ma che si ordini loro di astenersi dalla contaminazione con gli idoli, dalla fornicazione, dagli animali soffocati e dal sangue.” (Atti 15:19-20) “Fino a quest’ora”, il potere delle immagini è pericoloso. Il luogo delle immagini nelle civiltà non è mai neutrale.

IMG_1376

Il trionfo dell’Ortodossia

Se l’iconoclastia è resiliente, tanto più lo è la venerazione delle icone. L’ispirazione a rappresentare le cose celesti non è quella di realizzare immagini che servono come dèi o come mediatori tra Dio e gli uomini. È quella di glorificare colui nel quale Dio si è fatto tangibile come “splendore della sua gloria”.
Ciò che era fin da principio, che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato, della parola di vita… lo dichiariamo a voi.(1 Giovanni 1: 3).
Anche così, c’è voluto un secolo di sangue perché il settimo Concilio Ecumenico (il secondo Concilio di Nicea), presieduto dal patriarca Tarasio nel 787, formalizzasse una dichiarazione sull’efficacia delle icone. Il Concilio ha tratto dalla saggezza di san Basilio il Grande (330-379), che succintamente ha chiarito che sono le persone rappresentate nelle icone e non le icone come oggetti a essere venerate: “L’onore reso all’immagine è trasferito al suo prototipo” (Lettere sullo Spirito Santo, 18). San Giovanni Damasceno (c. 675 o 676 – 749), che era ancora vivo quando l’imperatore Leone III si pronunciò contro l’esposizione delle icone, ha scritto le opere definitive, i “Tre trattati apologetici contro coloro che condannano le immagini sacre”. Questo passaggio dall’opera (1: 16-17) è una delle affermazioni più famose di san Giovanni sul perché l’uso delle icone non è idolatria.
Ma ora, quando Dio si rende visibile per conversare con gli uomini nella carne, io faccio un’immagine del Dio che vedo. Io non adoro la materia; Io adoro il Creatore della materia che è diventato materia per amor mio, che volle prendere la sua dimora nella materia; che ha elaborato la mia salvezza attraverso la materia. Non posso cessare di onorare la materia che ha operato la mia salvezza! Io la venero, anche se non come Dio.
Parti degli Atti del settimo Concilio Ecumenico vengono letti sulla Prima Domenica di Quaresima, detta “Domenica del trionfo dell’Ortodossia”:
Noi definiamo la regola con ogni precisione e diligenza, in modo non dissimile da quello che si addice alla forma della preziosa e vivificante Croce, che le venerabili e sante icone, dipinte o a mosaico, o realizzate in qualsiasi altro materiale adatto, siano poste nelle sante chiese di Dio su vasi sacri e paramenti, pareti e pannelli, case e strade, sia del nostro Signore e Dio e Salvatore Gesù Cristo, e della nostra intemerata Sovrana la santa Theotokos, e anche dei preziosi angeli, e di tutti i santi. Perché quanto più frequentemente e più spesso sono visti continuamente in rappresentazione pittorica, tanto più quelli che li vedono sono portati a visualizzare nuovamente la memoria degli originali che rappresentano e peraltro generano un desiderio nell’anima delle persone che guardano le icone (Atti del Concilio, vol. 11, pag. 719).

Immagine e sostanza

Da un lato vi è un’autentica attività dello spettatore, che san Basilio aveva descritto, e su cui il settimo Concilio aveva specificato che non si tratta di idolatria. D’altra parte, il compito di difendere la riverenza verso le icone contro l’accusa di idolatria non è semplice. Sia le icone sacre sia gli idoli pagani sono oggetti artificiali che raffigurano il soggetto venerato. Se i “dominatori delle tenebre di questo mondo” sono poteri reali con cui lottare, che cosa separa la venerazione delle icone sacre dal culto degli idoli? È la certezza che colui che è dipinto è “il solo Signore Gesù Cristo, per mezzo del quale esistono tutte le cose, e noi con lui”. Le icone sacre sono chiamate così a causa di colui di cui proclamano la divinità. Questo è vero per tutte le icone sacre, sia che il loro soggetto siano santi, angeli o eventi. Ogni icona testimonia la realtà del nostro Liberatore incarnato. Ogni icona ripete la risposta di Simon Pietro alla domanda di Gesù, “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
L’esperienza del fedele ortodosso di fronte alle sante icone non è idolatria, sia nel senso di adorare “qualcosa nel mondo”, sia di adorare la sostanza materiale della loro composizione. È piuttosto la risposta giusta alle persone verso le quali le icone dirigono l’attenzione orante. Quando si onorano le immagini di persone sante non c’è distanza di tempo e di luogo tra le persone che vedono e le persone vedute, solo la certezza della presenza viva e l’incoraggiamento di coloro che “hanno combattuto la buona battaglia e hanno ricevuto le loro corone”. Le icone “generano un desiderio nell’anima delle persone che le guardano” per emulare l’esempio di coloro che con le loro vite sante hanno reso tangibilmente pubblica la presenza di colui che attira tutti gli uomini a sé.

San Basilio fa un’analogia toccante sul ruolo che le immagini ricoprono come strumento per trasformare il cuore seguendo gli esempi di rettitudine raffigurati nell’arte sacra delle icone.

Sia i pittori di parole sia i pittori di immagini illustrano il valore in battaglia; i primi con l’arte della retorica; i secondi con un uso sapiente del pennello, ed entrambi incoraggiano tutti a essere coraggiosi. Un resoconto parlato edifica l’orecchio, mentre un quadro silenzio induce l’imitazione. (Citazione da Giovanni Damasceno, “Sulle immagini sacre”)