DAL PRINCIPE VLADIMIR AL REGIME DEI SOVIET: IL NATALE RUSSO NELLA STORIA

Mentre in Russia prosegue, anche se prossimo alla conclusione, il tempo del Natale, la testata “Opinione pubblica” ha proposto, a firma di Federico Pastore, un articolo che, pur breve, ripercorre la ricchezza della tradizione attraverso i secoli. Il testo, che presentiamo agli amici de “I sentieri dell’icona”, è stato pubblicato il 7 gennaio 2017.

Veleggia la fredda sera nei tuoi occhi,
tremolano fiocchi di neve sul vagone,
un vento livido, gelato, aderisce
alle mani dal palmo arrossato,
si spande il miele delle luci serali,
l’aria profuma dolce di chalvà,
è la vigilia della Natività che porta
alto sul capo il dolce della notte.
Romanza di Natale, Iosif Brodskij

Al pari di ogni Paese di grandi tradizioni cristiane, anche in Russia le forme della festività natalizia raccontano una cronologia spirituale unica, specifica della religiosità del suo popolo e della sua cultura. Olograficamente, il Natale ortodosso ci dona uno sguardo comprensivo sulla storia russa. Il tratto che emerge per primo è forse il più evidente, ma già “parlante”: si festeggia il 7 Gennaio, secondo il calendario civile, gregoriano, sfasato di 13 giorni rispetto al calendario liturgico, giuliano, che la Chiesa Ortodossa tuttora adotta. Questo stacco, una delle tante frontiere che distinguono il mondo russo da quello europeo, insieme al diverso alfabeto, alla confessione religiosa oppure all’arte sacra, è dovuto alla necessità di Papa Gregorio XIII di normare la festa mobile della Pasqua. Il Patriarca di Costantinopoli (che è primus inter pares nell’Ortodossia) non si adeguò, forse anche per non riformare in modo radicale la consueta sacralità del momento pasquale, della Pasqua che nel mondo ortodosso è la prima delle solennità religiose.

Il Natale infatti sarebbe semmai al secondo posto, a testimoniare come la Resurrezione di Cristo riceva una maggiore attenzione rispetto alla Nascita del Salvatore. Lo dimostrano anche le cosidette “icone della Natività”, tra cui quella celebre di Andrej Rublёv, in cui il Gesù Bambino nasce in un mondo freddo e ostile, avvolto come fosse già morto in una mangiatoia, le cui forme rigide ricordano quelle di una piccola bara – ad anticipare il destino di sofferenza che lo attende, e in contrasto col Cristo Risorto adulto e trionfante. L’importanza della festa natalizia russa va però oltre la sua collocazione ecclesiastica, ed è assai peculiare, poiché riflette sia i ritmi dell’anno che quelli degli eventi storici. Adottato in Russia nel X secolo, dal Gran Principe Vladimir, il Natale è rimasto inalterato per nove secoli, assumendo le tipiche forme cristiane. La tavola russa veniva imbadita di 12 portate, che ricordavano i dodici apostoli, ma non era un banchetto festoso, piuttosto un momento di raccoglimento interiore e comunitario, motivo per cui venivano servite pietanze magre. Inoltre, si osservava un digiuno fino al sorgere in cielo della prima stella, a ricordare la cometa di Betlemme.

Alcune tracce della Russia precristiana, per la vicinanza al giorno più buio dell’anno, sono rimaste a lungo in uso: si operavano certi rituali per scongiurare la cattiva sorte o attrarre quella buona (a colazione non si serviva acqua per non rischiare di soffrire la sete durante l’anno, le donne pulivano a fondo le abitazioni e mettevano “il vestito buono”, poiché questo favoriva un buon raccolto). Inoltre, il giorno della vigilia, in una sorta di Carnevale (che ricorda analoghe feste popolari alpine), si indossavano pelli di vari animali e ci si aggirava per le strade suonando e facendo rumore, mentre ragazzi e ragazze improvvisavano danze frenetiche e caotiche, abbandonandosi a un linguaggio licenzioso permesso solo in quell’occasione.

Questo insieme tradizionale conobbe un acuto momento di crisi con la Rivoluzione del 1917 e la laicizzazione di massa. Le autorità sovietiche si impegnarono per tutti gli anni ’20 a sradicare i costumi delle feste religiose, il Natale in quanto giorno festivo venne soppresso e perfino del tradizionale albero (che pure era stato introdotto in Russia dal secolarizzante Pietro I) fu proibito l’uso pubblico. Infine, nel corso degli anni ’30, venne operato un parziale cambio di rotta: si tentò di sostituire alle festività religiose delle solennità laiche, civili, invece di abolirle del tutto, e si concentrò sul Capodanno tutta la carica celebrativa collettiva, il che è rimasto nell’attuale uso di far partire le ferie invernali dal 31 dicembre. Anche alcune figure del folklore slavo furono adattate e diventarono famosissime, come Ded Moroz (Nonno Gelo, una sorta di Babbo Natale) e sua nipote Sneguročka (la “fanciulla delle nevi”).

Infine, con la conclusione dell’esperienza comunista, il Natale è ritornato a essere riconosciuto, anche se dall’epoca pre-rivoluzionaria le cose sono un po’ cambiate. La festività religiosa oggi è appaiata a quella, molto sentita, del Capodanno civile; le tavole non sono più costellate di piatti magri e in generale pure in Russia si è andata sviluppando una certa visione consumista, occidentalizzante della festa. Comunque, rimane difficile tracciare una netta linea di separazione tra il sentire religioso e quello laico. Nel corso dell’ultimo secolo, i costumi, la vita quotidiana e la concezione del mondo del popolo russo sono rimasti compenetrati sia dalla religione cristiana, incarnata dalla Chiesa ortodossa, che dalle autorità secolari dello Stato: i due poteri che oggi, 7 Gennaio, si ritroveranno a celebrare il Natale russo nella Cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca.

Federico Pastore