“IL DONO DELLA DIVINIZZAZIONE”: UNA MEDITAZIONE LAICA PER IL NATALE

Nell’imminenza della solennità della Natività di Gesù, che le Chiese che seguono il calendario gregoriano celebrano il 25 dicembre, proponiamo una breve meditazione tratta dal libro “Il senso delle feste” di Constantin Andronikov (1916-1997). Originario di una famiglia della Georgia, Andronikov fuggì con la madre dalla Russia nel 1917, a seguito della Rivoluzione bolscevica, e, stabilitosi a Parigi, si diplomò all’Istituto teologico San Sergio dove divenne anche insegnante. Affiancò all’attività accademica quella di interprete, assumendo tale incarico, in via ufficiale, anche per il presidente francese Charles De Gaulle.

IL DONO DELLA DIVINIZZAZIONE

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Oggi, Natale! Ripetiamolo: Dio che s’incarna nascendo in una caverna di questo nostro suolo, ritira gli angeli accecanti, riapre la via che conduce al cibo perfetto della conoscenza e della vita. Dio, che creò l’uomo a Sua somiglianza, nasce ora a somiglianza dell’uomo: Dio in persona, e non un angelo, né un’altra creatura: il Dio-Uomo è Logos-Incarnato, cioè “l’icona immutabile del Padre, il segno della Sua eternità”, come canta lo stichirà, così come aveva detto sant’Ireneo di Lione: “Il Figlio è il visibile del Padre, il Padre è l’invisibile del Figlio”[1]. Egli si fa come noi affinché noi possiamo, non per nostra pretensione, ma per il dono che Egli ci ha fatto, farci come Lui. Ancora una volta, la famosa frase di sant’Atanasio ci appare come la spiegazione dell’Incarnazione, la chiave della storia, la formula o la pietra filosofale dell’umanità e il senso stesso del cristianesimo: “Il Figlio di Dio è diventato il Figlio dell’uomo perché i figli dell’uomo, cioè a dire di Adamo, divengano i figli di Dio”[2]. San Giovanni Crisostomo lo proclama: “Allorché, dunque, tu senti dire che il Figlio di Dio è figlio di Davide o d’Abramo, non esitar più a credere: tu, figlio d’Adamo, diventerai figlio di Dio”[3]. E il beato Agostino precisa: “Se siamo fatti figli di Dio, siamo fatti dèi”[4]. Giovanni il Teologo aveva infatti rivelato che il Cristo, il quale è la luce, “a tutti coloro che credono nel Suo Nome ha dato il potere di divenire figli di Dio”[5]; Davide, avo del Cristo, l’aveva profetizzato, citando Dio: “Io ho detto: Voi siete dèi, e figli tutti dell’Altissimo”[6].
Dio nasce, dunque, e per la via naturale della gestazione e del parto. La sua incarnazione segue la legge, o la maledizione, imposta alla prima madre quando fu esiliata dal Regno per aver rinunciato alla sua innocenza. Ma, ciò facendo, Dio sopprime la maledizione, poiché mantiene intatta la purezza di Sua Madre, “sposa non sposata”. Egli genera senza ledere l’integrità spirituale e cosmica del creato. Le sue opere dirette non sono infirmate dalla corruzione. Non essendo quindi appesantite da necessità alcuna, sono perfettamente libere, così come lo erano il primo Adamo e la prima Eva. Innocente qual è, Maria ha potuto partorire, per opera di Dio lo Spirito, il Dio-Uomo, senza che questi “muti”. Come dice lo stichirà di Germano, “Egli è restato quel che era prendendo quel che non era”. Restando “Dio vero”, diviene uomo vero. La “teantropia” del Logos-Incarnato non intacca, in sostanza, né la divinità né l’umanità in lui; salvo che la divinità è infinitamente abbassata, mentre l’umanità sarà innalzata al grado più alto che le sia dato raggiungere prima d’entrare nella gloria del Regno. Infatti, con un’incredibile umiliazione, su cui i nostri testi insistono molto, Dio abbandona la beatitudine infinita, la bellezza assoluta, la verità integrale, la giustizia perfetta e la vita eterna del suo Regno, per la sofferenza, l’iniquità, la menzogna e la morte d’un mondo di cui non è principe. Perché questo sacrificio inimmaginabile? Il nostro stichirà risponde con la massima semplicità: “Egli diviene uomo per amore dell’uomo”. Dio ha un tale amore per la sua creatura, che gli dà il Suo Figlio unico perché questi la riconduca a Lui, alla vita eterna ed alla gloria[7]. Non occorreva meno di quel prezzo per vincere la morte e per salvare il creato, che l’uomo, all’origine padrone del creato, rappresenta. Quest’uomo decaduto, ignaro e criminale, ribelle contro suo Padre, quest’uomo che sconvolge l’armonia dell’universo e ne perverte l’ordine, che rifiuta ed insulta lo Spirito, che assassina i suoi testimoni ed i suoi profeti, Dio non lo stermina più con il diluvio. Non lo sottopone ancora al suo giudizio. Diviene come lui. Noi ci eravamo rifiutati a Lui. Egli si dona a noi.

Da: Constantin Andronikov, “Il senso delle feste”

[1] Adv. Haer. IV, 6, 6.

[2] Dell’incarnazione del Verbo di Dio, PG 26, 996.

[3] Homel. in Matth, a proposito delle genealogie.

[4] Enarrationes in Psalmos, 49, 2: PL 36, 565.

[5] Giovanni 1, 12.

[6] Ps 81, 6.

[7] Giovanni 3, 16.