PAROLA D’ORDINE: “REQUISIRE”. QUANDO L’URSS CONFISCÒ I TESORI DELLA CHIESA

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Può una fotografia “raccontare” i furori di un’epoca? Sì, se l’obiettivo diventa, al tempo stesso, megafono della propaganda e testimone della Storia. Mosca, inizio degli anni Venti: nell’ambito della violenta campagna antireligiosa scatenata dal regime sovietico, da poco al potere, appositi incaricati – esperti, gemmologi, argentieri è orafi reclutati allo scopo – passano al setaccio i paramenti liturgici requisiti ai pope e ai vescovi allo scopo di trarne pietre e metalli preziosi. L’operazione riguardò, ovviamente, anche le suppellettili ecclesiastiche e le preziose rize d’argento, spesso riccamente decorate, che adornavano le icone. L’immagine mostra l’esame degli oggetti e l’utilizzo di bilance di precisione per stabilirne peso e caratura. Fin dai primi giorni, le autorità sovietiche si dideerò come obiettivo la eliminazione totale e crudele della Chiesa ortodossa. Questa decisione traspare da una lettera di Lenin del 19 maggio 1922, relative alla nazionalizzazione dei beni ecclesiastici e indirizzata ai membri dell’ufficio politico: «La requisizione di beni, in particolare di quelli delle lavre, dei monasteri e delle chiese più ricche, deve essere fatto con una risoluzione spietata, senza fermarsi davanti ad alcun pretesto e in uno spazio di tempo il più breve possibile. Più si potrà fucilare dei borghesi e degli ecclesiastici, meglio sarà”.