LA VITA ESEMPLARE DI SERAFINO DI SAROV, IL “POVERELLO DI RUSSIA”

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E’ stato chiamato “il poverello di Russia”, con un evidente richiamo a Francesco d’Assisi, ed è oggi uno dei santi più venerati dell’Oriente cristiano. Non c’è, praticamente, chiesa ortodossa che non custodisca una sua Santa icona e la sua vita esemplare è raccontata in decine di pubblicazioni di carattere catechistico destinate pure ai bambini. Ma chi era San Serafino di Sarov (nella foto, un’icona del XX secolo a lui dedicata), l’ultimo santo canonizzato in Russia, nel 1903, prima della Rivoluzione bolscevica? Perché la sua vita fu, dal punto di vista cristiano, esemplare ed eroica al punto di valergli una certa popolarità anche nell’ambito della Chiesa latina? Di seguito proponiamo una breve biografia di San Serafino nella traduzione dell’archimandrita padre Dimitri Fantini dalla “Vita dei Santi della Chiesa ortodossa” pubblicata in Francia nel 1988.

Nel tempo in cui in tutta Europa, e anche in Russia, imperversava lo spirito dei “Lumi”, detto anche “Illuminismo”, filosofia che avrebbe aperto la strada all’ateismo e alla persecuzione del Cristianesimo, il 19 luglio del 1759 nacque a Kursk, in una famiglia di pii mercanti, colui che sarebbe stato il grande testimone della “luce dello Spirito”. Battezzato col nome di Pròcoro venne cresciuto nella fede, nella pietà e nell’amore per la Chiesa. All’età di 17 anni, con la benedizione di sua madre, abbandonò il mondo ed entrò in monastero a Sàrov, dove divenne rapidamente modello di obbedienza e di virtù monastiche. Con gioia il giovane novizio si dedicò al servizio dei fratelli e ai lavori più umili, sempre con la “preghiera di Gesù” sulle labbra e nel suo cuore. Dopo qualche tempo si ammalò gravemente e malgrado il tormento, rifiutò di richiedere l’aiuto dei medici, volendo il solo farmaco che desiderano coloro che abbandonano tutto per seguire Dio: la Santa Comunione. Quando gli venne portato il Santo Viatico gli apparve la Santissima Madre di Dio, accompagnata dagli Apostoli Pietro e Giovanni il Teologo. Indicando il giovane novizio Ella disse: “Costui è della nostra razza!”.
Poco tempo dopo Pròcoro guarì e sul posto dell’apparizione fece costruire un’infermeria.
Dopo 8 anni di noviziato fu tonsurato monaco col nome di Serafino (il fiammeggiante), nome adatto al suo animo bruciante d’amore per il Dio incorporeo. Ordinato diacono, passava le notti in preghiera prima di celebrare la Divina Liturgia, e per la sua preghiera intensa Dio gli accordò visioni, estasi e consolazioni spirituali. Diretto con prudenza dal suo padre spirituale, ricercava la solitudine e progrediva nella strada della virtù con la sua profonda umiltà. Poco dopo la sua ordinazione sacerdotale e la morte del suo padre spirituale, ottenne dai superiori il permesso di ritirarsi a vivere in una foresta, a 6-7 km dal monastero e di costruire una piccola capanna in legno con un piccolo giardino sulla cima di una collina che egli chiamò “la santa montagna”. Ivi dimorava durante la settimana e alla domenica e per le feste ritornava la monastero. In questo eremitaggio passava il tempo nella preghiera e nel lavoro materiale, sopportava con pazienza i rigori dell’inverno e i fastidiosi insetti dell’estate, portava sulla schiena un grosso Vangelo come “fardello di Cristo” e si recava in luoghi diversi della foresta ai quali aveva dato il nome dei luoghi biblici: Betlemme, Giordano, Tàbor, Gòlgotha, per poter leggere in questi posti i passi dell’Evangelo corrispondenti.
Viveva intensamente ogni giorno la vita e la Passione del nostro Signore Gesù Cristo. La meditazione continua della Sacra Scrittura gli dava non solo la conoscenza della verità, ma anche la purezza dell’anima e la compunzione del cuore, così che oltre agli uffici divini e alle 1000 prosternazioni quotidiane egli poteva pregare senza posa, unendo l’intelligenza al cuore. Si nutriva del pane dato dal monastero e dei prodotti del suo orto, ma spesso si privava del cibo per donarlo agli animali della foresta che venivano alla sua capanna e in particolare a un enorme orso che gli si accostava docile come un gattino.
Vedendo questo modo di vita così gradito a Dio, il nemico del genere umano, il Diavolo, eccitato dalla gelosia, sferrò contro l’atleta di Dio orrendi attacchi, di pensieri d’orgoglio, visioni terrificanti e altri disturbi, ma Serafino vinceva tutto con la preghiera e col segno della Croce. Divenendo la battaglia sempre più drammatica decise di intraprendere un combattimento più duro: passò mille giorni e mille notti in piedi o in ginocchio su una roccia, ripetendo senza posa la Preghiera di Gesù. Così venne definitivamente liberato dal combattimento dei pensieri. Ma il Diavolo non si diede ancora per vinto. Inviò contro di lui tre briganti che, furiosi di non trovare sul povero monaco il denaro che speravano di rubare, lo colpirono con bastoni, lasciandolo mezzo morto, sanguinante e con le ossa rotte. Benché fosse di costituzione robusta il povero Serafino non cercò di difendersi, offrì il suo corpo al martirio pensando alle sofferenze del Signore. Malgrado il suo stato miserevole riuscì a trascinarsi fino al monastero, dove dopo 5 mesi di sofferenze, fu miracolosamente guarito in un’apparizione della Santa Vergine, uguale a quella che aveva avuto da novizio. Gli rimase, purtroppo, il segno, perché costretto a stare piegato e deformato per sempre, dovette appoggiarsi a un bastone per poter camminare. Questa infermità aggiunse un nuovo gradino alla scala delle sue virtù, e dal 1807 al 1810 intraprese il combattimento del “silenzio” nella solitudine.
Si ritirò di nuovo nella foresta e non ritornò nel monastero per gli Uffici Sacri alle feste. Quando incontrava qualcuno nella foresta si prosternava fino a terra in silenzio fino a che non si fosse allontanato. Nel frattempo l’igùmeno del Monastero morì. Incominciò così a serpeggiare tra i monaci una strana animosità verso il giovane eremita e iniziarono ad accusarlo di separarsi dalla comunione della Chiesa. Alla fine il superiore diede l’ordine a Serafino di ritornare nel monastero. Serafino ritornò umilmente e si istallò in una piccola e stretta cella, dove cominciò a praticare un nuovo stadio della sua vita: la reclusione.
Nel vestibolo aveva fatto mettere una bara nella quale amava pregare, e nella sua cella un sacco di pietre che gli serviva da giaciglio, un tronco d’albero per sedile e un’icona della “Madonna della tenerezza”, chiamata da lui “Gioia di tutte le gioie”, davanti alla quale bruciava in permanenza una lampada. Viveva così nel silenzio, con austerità, leggeva e commentava ogni settimana il Nuovo Testamento, pregava senza posa, avendo gli Angeli e i Santi come compagni e testimoni della sua vita celestiale. Dopo 5 anni di reclusione, aprì la sua porta, lasciando entrare quelli che lo volevano, ma senza rompere il silenzio, anche per i visitatori più importanti. Nel 1825, per consiglio della Santa Vergine, terminò la vita esicasta e iniziò a offrire la sua esperienza ai monaci e ai laici.

Traduzione a cura dell’archimandrita Dimitri Fantini
Tratto da “Le Sinaxaire – vie des Saints de l’Eglise Orthodoxe”, tomo 2°, Edizioni “To perivoli tis Panaghìas”, Tessaloniki, 1988.

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