DENTRO LA TRAGEDIA DI NIZZA: LA CITTÀ IN GINOCCHIO PROVA A RICOMINICIARE

NIZZA (Francia) – Il simbolo della tragedia è struggente e banale: una palma, fra le molte che costellano gli oltre sette chilometri della Promenade des Anglais, una delle passeggiate più famose e ricercate del mondo, dove tante mani anonime hanno raccolto fiori, biglietti, pupazzi di peluches perché anche la sofferenza, in fondo, ha bisogno di avere un sapore familiare. Comincia da qui, intorno al civico 100 lungo il mare di Nizza, la via crucis di una città e di un popolo. Attorno, la vita sta riprendendo la parevenza di una faticosa normalità: “Dobbiamo lavorare – dice l’inserviente di un ristorante – perché a casa ci sono famiglie da mantenere e bocche da sfamare”. Per questo le autorità hanno ridotto al massimo i tempi per la riapertura dei due chilometri di strada lungo la quale, giovedì 14 luglio scorso, al termine dello spettacolo pirotecnico per la festa nazionale francese che ricorda la presa della Bastiglia, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, 31enne residente in città ma nato in Tunisia, ha seminato morte e terrore con “le camion blanc”, il famigerato tir bianco, come lo chiamano da queste parti.

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Ma sul tracciato, ancora delimitato da qualche transenna, la quotidianità sembra essersi fermata: ad ogni passo una rosa, un biglietto, un cero che il vento dal mare non riesce a spegnere scandiscono l’impressionante viaggio del terrore fra gli spettatori che, ignari, si stavano godendo la serata. 84 ne sono caduti, travolti dalla folle corsa del camion, e forse il bilancio non è ancora definitivo. La prima dicono sia stata una mamma musulmana: “Voleva – hanno riferito alcuni conoscenti – prendere un gelato con i suoi figli”. Perché il fanatismo criminale non conosce religioni, non distingue fratelli, non seleziona i nemici. E allora, all’ombra della cupola rosa dell’Hotel Negresco, reso celebre da tante pellicole e dalle frequentazioni di qualche sceicco, le sagome stilizzate di camerieri in livrea, come si usava ai bei tempi, hanno lasciato il posto agli omaggi semplici della gente: “Non dobbiamo dimenticare e niente, qui, sarà più come prima”, si legge su un anonimo biglietto che, efficacemente, riassume un diffuso sentire. Qua e là, mentre il cammino prosegue, qualcuno intona “La Marsigliese”, l’inno di Francia avamposto di libertà. E il canto isolato diventa ben presto corale; chi non conosce le parole sì accompagna con le note. È il lamento di una nazione che, in 18 mesi, per tre volte, e sempre in maniera dirompente, si è trovata a contare i suoi morti. “Il dolore è più forte se lo si prova da soli”, ha scritto un poeta di queste parti. Forse anche per questo Nizza cerca di condividerlo. Lo esige anche il triste elenco dei morti: oltre ai francesi, alcuni tedeschi, russi, qualche orientale. Destini distanti che si sono incrociati in una sera che sarebbe dovuta essere di festa, ed ha preso le sembianze dell’orrore. E tanti, troppi bambini tanto che qualcuno ha fatto notare che il nome del luogo, Promenade des Anglais, Passeggiata degli inglesi, a memoria di antichi fasti, potrebbe e dovrebbe forse ora diventare, grazie a una combinazione che la lingua francese permette, Promenade des Anges, Passeggiata degli angeli.

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La cattedrale ortodossa del Patriarcato di Mosca dista poco più di un chilometro dalla Promenade. Sta verso l’entroterra. Raggiungerla vuol dire allontanarsi dalla scena del dramma, ma non dalla sofferenza e dal tormento. Tante serrande, oggi, sono rimaste abbassate. “La domenica non c’entra – dice un italiano che abita qui da tempo -. C’è chi ancora non se la sente di ricominciare”. Nelle chiese si susseguono le messe, si rinnovano le preghiere. Dentro quella russa c’è chi, come da tradizione, accende una candela davanti alle icone, ed è come se si cercasse di riaccendere la speranza. Difficile, faticosa. “La rinascita complicata”, l’ha definita l’editoriale di “Nice Matin”, il quotidiano che racconta ogni giorno la Costa Azzurra e, da giovedì, le infinite facce del terrore esploso dentro i rassicuranti confini di casa. Per oltre 30mila italiani Nizza lo è diventata veramente: qualcuno per venire a trascorrerci le vacanze, qualcun altro per scelta di vita. Siamo, dicono le statistiche, i primi acquirenti di alloggi e, basta guardarsi intorno per capirlo, fra i migliori estimatori del luogo. Che ha un suo fascino e svela, ogni volta, bellezze insospettabili. Ma ora Nizza è ferita e il sangue ancora troppo vivo per lasciar ammirare il volto, elegante e fiero, della gemma della Costa Azzurra, come la chiamano i francesi, e non solo loro. Ci si muove nelle strade, tra i vicoli, e lo sgomento dimora anche lì, in uno sguardo incerto, in un passo più lento e affaticato: “Non credevo di dover vedere tutto questo”, mormora un’anziana poggiata sulla soglia della sua casa. E c’è anche un baluginìo di fierezza in mezzo a tanta amarezza. Perché, questo è certo, “le camion blanc” ha messo in ginocchio la città, ma non l’ha annientata. “Questo amore – scandiscono i versi di un poeta tanto ammirato, Jacques Prevert – braccato ferito calpestato fatto fuori negato dimenticato / perché noi lo abbiamo braccato ferito calpestato / fatto fuori negato cancellato / Questo amore tutto intero / così vivo ancora / e baciato dal sole”. Nizza, che tenta di ricominciare, vuole credere a questa speranza.

Alessandro Borelli

(domenica 17 luglio 2016)