L’ICONA DENTRO LA CASA: QUANDO LA FAMIGLIA SI RACCOGLIE IN PREGHIERA

Come si inserisce, e quale ruolo può avere, l’icona all’interno della dimensione della preghiera domestica? È partendo da questa fondamentale domanda, che sorge fra quanti desiderano vivere in famiglia la propria fede, che il teologo e maestro iconografo Michele Antonio Ziccheddu ha preparato una interessante riflessione, ricca di importanti implicazioni spirituali, di cui proponiamo un ampio stralcio a beneficio dei lettori de “I sentieri dell’icona”.

La tradizione russa vuole che quando un figlio si sposa e lascia la casa paterna la prima cosa che porta nella nuova dimora è un’icona di famiglia, segno della continuità del nome, della fede e della devozione. In Russia quando entri in una casa trovi di fronte a te l’Angolo  bello. E’ il luogo riservato alle icone, quelle del Cristo e della Madre di Dio (Theotokos) ma anche dei santi. La bellezza di cui si parla non dipende tanto dal valore estetico delle immagini quanto piuttosto dalla presenza di Dio manifestata attraverso l’icona. I santi e in primo luogo la Madre di Dio rifulgono, per partecipazione, della stessa Bellezza divina. Non solo, ma il primo saluto di un ospite, appena entrato in una casa cristiana, non è per il padrone, bensì per l’icona protettrice della famiglia, a cui rivolge il suo sguardo e la sua preghiera. Questo dovrebbe farci riflettere sull’importanza di avere uno spazio nelle nostre case, dedicato all’orazione, con un immagine sacra che ci aiuti ad elevare lo sguardo alle “cose di lassù” e ci ponga davanti agli occhi, anche nei momenti di distrazione, il volto del Signore. Davanti alle icone, la famiglia si riunisce in preghiera, l’angolo della Bellezza diviene così, luogo di incontro con Dio e di comunione familiare. La famiglia in tal modo assume la fisionomia di chiesa domestica. Accanto al discorso dello spazio va posto quello del tempo. La famiglia cristiana si regge sul dialogo, con Dio e tra i suoi membri, è illusorio pensare di poter mantenere la coesione e far crescere l’affetto e le relazioni senza dedicare il giusto tempo all’altro. Offrire tempo in famiglia significa donare amore. Pregare davanti ad un icona, è mettersi alla Presenza di Dio.

Un tipico "angolo bello" della casa russa
Un tipico “angolo bello” della casa russa

Un’altra antica tradizione della Chiesa orientale, che sarebbe bello venisse riscoperta anche da noi, poiché senz’altro aiuterebbe le famiglie a crescere nella fede, è quella dell’icona di misura. Quando nasce un bambino lo si misura e viene realizzata un icona delle stesse dimensioni raffigurante il santo di cui porta il nome o quello del giorno di nascita. Il bambino viene educato a pregare davanti a quest’icona che lo accompagnerà per tutta la sua vita. Sappiamo bene che i bambini tendono ad imitare l’esempio dei genitori, i quali perciò hanno la responsabilità di testimoniare la loro fede, di pregare insieme ai figli e di educarli alla vita cristiana. La culla della preghiera è la famiglia, la quale è “il luogo privilegiato dell’annuncio evangelico” come insegna il Concilio Plenario Sardo al cap.10 (67.1), qui la fede viene trasmessa dai genitori ai figli. Ma si sviluppa portando frutto solo con la partecipazione attiva di ogni membro. La condivisione della Parola di Dio, è un altro elemento di crescita fondamentale della famiglia cristiana. E’ anche vero che i bambini imparano a pregare se sono immersi in un clima di amore che li aiuti a percepire la Bellezza di Dio e l’icona aiuta a scoprire questa bellezza nascosta. “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20) significa che Gesù è presente dove c’è una famiglia riunita in preghiera e prega con loro. Una famiglia che prega diviene luce, speranza ed evangelo per tante altre. L’esempio migliore della preghiera familiare ci viene dalla Santa Famiglia di Nazareth. Giuseppe e Maria hanno educato all’orazione il bambino Gesù e lo hanno guidato nel cammino che ogni pio ebreo doveva intraprendere, accompagnandolo in sinagoga per i riti del sabato e a Gerusalemme per le grandi feste del popolo d’Israele. Secondo la tradizione ebraica, il capo famiglia, quindi san Giuseppe, guidava la preghiera domestica sia nella quotidianità che nelle principali ricorrenze religiose. Gesù nelle giornate trascorse a Nazareth ha imparato ad alternare preghiera e lavoro. Certamente Maria è l’emblema di ogni madre che prega, e non è un caso che tra le icone familiari più diffuse e antiche ci sia proprio quella della Vergine orante, una tipologia iconografica già presente nell’arte paleocristiana delle catacombe.

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L’icona rappresenta la Vergine con le braccia aperte e rivolte in alto, questa era la posizione liturgica adottata dai primi cristiani per pregare, secondo la testimonianza di san Paolo nella Prima Lettera a Timoteo (2,8.9): “Voglio, pertanto, che gli uomini preghino in ogni luogo, innalzando verso il cielo le mani pure, senza collera e spirito di contesa. Alla stessa maniera facciano le donne…”. Nell’Antico Testamento l’esempio più significativo di questo modo di rapportarsi con Dio, è certamente quello di Mosè. Modello di intercessore e mediatore, sono le sue mani elevate che ottengono la vittoria su Amalek: «Quando Mosè alzava le mani Israele era il più forte, ma, quando le lasciava cadere, era più forte Amalek» (Es 17,11). Le braccia elevate sono il simbolo di uno spirito rivolto verso l’alto, che tende a Dio con tutte le forze: «Così ti benedirò finché io viva, nel tuo nome alzerò le mie mani» (Sal 63,5), «Come incenso, salga a te la mia preghiera, le mie mani elevate come sacrificio della sera» (Sal 141,2). Ma l’atteggiamento orante di Maria ci insegna anche come la preghiera cristiana nasca non solo dal bisogno del trascendente ma soprattutto dalla tensione dell’attesa dello Sposo, non è solo offerta, domanda e intercessione, ma anche lode e accoglienza.