IL “TESTAMENTO SPIRITUALE” DI PADRE PAVEL FLORENSKIJ

Nel numero del 5 luglio 2004 la rivista “Città Nuova” pubblicò, a firma di Pasquale Lubrano Lavadera, un interessante articolo dedicato al “testamento spirituale” di padre Pavel Florenskij, sacerdote, filosofo, teologo e matematico russo fra i più grandi pensatori del Novecento, fucilato nei gulag di Stalin alla fine del 1937. Riproponiamo il testo per gli amici de “I sentieri dell’icona”.

05-07-2004 di Pasquale Lubrano Lavadera
fonte: Città Nuova

Continua a crescere l’interesse verso la figura di Pavel Florenskij. Lo testimonia la continuità con la quale vengono proposte le sue opere e i numerosi saggi che si occupano del suo pensiero. Il pensatore russo viene così a far parte di quella schiera di uomini che hanno segnato con la loro vita il secolo appena trascorso e che influiranno sulla filosofia del terzo millennio. Dal famigerato gulag delle isole Solovki così scrive alla moglie il 13 febbraio 1937: È chiaro che il mondo è fatto in modo che non gli si possa donare nulla se non pagandolo con sofferenza e persecuzione. E tanto più disinteressato è il dono, tanto più crudeli saranno le persecuzioni e atroci le sofferenze. Tale è la legge della vita, il suo assioma fondamentale… Per il proprio dono, la grandezza, bisogna pagare con il sangue. In quello stesso anno, l’8 dicembre 1937 in un luogo presso Leningrado, all’età di 55 anni, insieme ad altri cinquecento detenuti nel gulag, gli viene tolta la vita mediante fucilazione. Ma chi era Florenskij? Nasce a Evlach (Azerbaigian) il 9 gennaio 1982. Nel 1900 intraprende gli studi all’Università di Mosca, laureandosi in Matematica e Fisica ed entra a far parte della Società matematica moscovita proponendosi l’obiettivo di realizzare una sintesi filosofico- scientifica per un orientamento nei fenomeni conoscitivi. Rifiuta la cattedra di matematica per iscriversi alla Accademia teologica di Mosca e consegue la laurea in teologia. Sono di questi anni i suoi primi scritti teologici e spirituali, intensi e originali. Come matematico concentra i suoi studi sul pensiero di Georg Cantor ed indaga sul rapporto tra finito e infinito, unità e molteplicità, scrivendo due saggi che già rivelano il nucleo del suo pensiero. In una realtà culturale sempre più fortemente antireligiosa egli, grazie all’incontro di due grandi guide spirituali, il vescovo Antonij Florenson e lo starec Isidor Gruzinskij, matura un crescente interesse per l’esperienza ecclesiale. Dopo la laurea in teologia si sposa con Anna M. Giacintova e, subito dopo, viene consacrato presbitero ortodosso. Viene poi nominato docente di filosofia e tiene lezioni dedicate prevalentemente alla storia delle idee.
Dal 1911 al 1917 gli viene affidata le direzione della più importante rivista teologica russa. Florenskij colloca il dogma trinitario al centro del pensiero cristiano. Questo suo pensiero sulla Trinità culmina con la pubblicazione nel 1914 del testo La colonna e il fondamento della verità, che è considerato uno dei capolavori del pensiero filosofico-teologico contemporaneo. Come scrive Natalino Valentini nell’introduzione al libro Non dimenticatemi, Florenskij può essere considerato in Russia il pioniere di un nuovo orientamento del pensiero che rinsalda un fecondo e creativo rapporto tra filosofia e teologia, attingendo non soltanto dalla ricca tradizione spirituale ortodossa, ma anche dai profondi rivolgimenti in atto nel pensiero scientifico contemporaneo… Egli spesso ci appare come un vero e proprio cavaliere solitario che nell’epoca della frammentazione e dell’atomizzazione analitica della cultura ha avuto il coraggio della sintesi, e con vigore e rigore teoretico ha rilanciato la sua sfida per una visione unitaria della conoscenza. C’è infatti in Florenskij la consapevolezza che all’unità, come alla verità, si giunge lungo un faticoso cammino ascetico, passando attraverso i contrari, fino a congiungerli insieme, nella distinzione e senza confusione: il Simbolo perfetto (Dio uno e trino) si estende a qualsiasi simbolo relativo, a qualsiasi opera d’arte. Al di fuori del simbolo trinitario nessuna autentica esperienza conoscitiva è concepibile, compresa quella scientifica.
Dopo la rivoluzione del 1917 egli non sceglie la via dell’esilio, ma rimane a Mosca per essere accanto alla sua gente nella speranza di far esplodere dal di dentro le contraddizioni del nuovo regime. Viene nominato docente di Analisi della spazialità nell’opera d’arte, compie una serie di invenzioni tecniche nel campo della fisica, cura molte voci dell’Enciclopedia tecnica, e porta avanti la ricerca nel campo dei materiali elettrici ed isolanti. In tutta questa sua febbrile e appassionata ricerca mai rinuncia ad una sua visione cristiana del mondo, come quadro d’insieme all’interno del quale si collocano le singole questioni, correndo continuamente il rischio della censura. Il regime infatti dopo aver sfruttato le sue competenze scientifiche cerca di annientarlo. Viene arrestato una prima volta nel maggio del 1928 perché ritenuto un oscurantista, una minaccia per il potere sovietico: liberato, rinuncia ad andare a Parigi, ben sapendo cosa lo aspetta in patria. Nel 1933 viene nuovamente incriminato e condannato a dieci anni di lager. Potrebbe salvarsi se indicasse alla polizia alcuni nomi, ma lui resta in silenzio. Inviato in Siberia nel gruppo di prigionieri affidati alla ricerca, studia intensamente il fenomeno dei ghiacci perenni giungendo a scoperte sorprendenti sul ghiaccio e sui liquidi anticongelanti. Durante l’estate del 1934 la moglie e i tre figli più piccoli lo raggiungono a Skovorodino. È l’ultimo incontro con i suoi cari, intenso e sofferto. Verrà subito dopo trasferito nelle isole Solovki nel mar Bianco. Qui Florenskij vive il momento più duro della sua esistenza, un angoscioso senso di spaesamento e di vuoto lo attanaglia, si sente dominato dal caos e il tempo sembra essere annullato. Tuttavia egli cerca di non smarrire le uniche coordinate che hanno indirizzato sempre la sua vita: inseguire la voce di Dio dentro di sé, e donarsi gratuitamente agli altri nella profonda convizione che il bene si custodisce nel tempo e costruisce la vera storia degli uomini. Dal gulag scrive lettere bellissime alla moglie, alla madre e ai suoi cinque figli: La vita vola via come un sogno e non riesci a far nulla prima che ti sfugga l’istante della sua pienezza. Per questo è fondamentale apprendere l’arte del vivere, tra tutte la più ardua ed essenziale: colmare ogni istante di un contenuto sostanziale nella consapevolezza che esso non si ripeterà mai più come tale. Non smette, se pur lontano e sofferente, di essere educatore dei suoi figli: Essere e non apparire, costruire una disposizione d’animo chiara e trasparente… coltivare con attenzione e in modo disinteressato il pensiero… Non fate le cose in maniera confusa, non fate nulla in modo approssimativo, senza persuasione, senza provare gusto per quello che state facendo: Ricordate che nell’approssimazione si può perdere la propria vita.
Il suo testamento redatto prima ancora di essere imprigionato, quasi presagendo il dramma futuro nel nuovo scenario politico della Russia, risulta un testo di grande tensione spirituale e di intensa vitalità, nel quale egli dona ai suoi con amore appassionato le realtà più profonde della sua anima. Significativa e piena di poesia la sua raccomandazione finale: Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete.